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birICHINO

26 Gen

Povero Renatino, non è bastato che Tremontino gli abbia rubato il “cestino della merenda”, svuotandolo di gran parte del suo contenuto (manovra economica)  con il quale avrebbe voluto incentivare i più meritevoli .

Non è bastato che un componente della sua squadra alla CiVIT dicesse basta, non “gioco” più, me ne vado.

Adesso ci si mette anche il Senatore Pietro Ichino con un’interrogazione parlamentare a risposta scritta con la quale chiede:

– come intenda il Ministro Brunetta porre rimedio al paradosso di una riforma progettata sul principio cardine della valutazione e tuttavia bloccata proprio per questo aspetto nei suoi possibili effetti, a seguito delle misure riguardanti il personale delle pubbliche amministrazioni contenute nel decreto-legge n. 78/2010;

– se il Ministro non intenda intervenire sulla disciplina del decreto legislativo n. 150/2009 per promuovere migliori forme di valutazione delle strutture amministrative o di unità organizzative complesse di singole amministrazioni, basate sulla misurazione della rispettiva performance, in modo da superare, per queste ultime, il vincolo rigido nell’attribuzione delle valutazioni individuali (il 25-50-25);

– se non intenda il Governo sostituire la logica dei tagli lineari alle amministrazioni con un più maturo sistema basato sulla misurazione della performance delle amministrazioni, per evitare di ridurre gli stanziamenti a quelle più efficienti, alla stregua di quanto si propone nel disegno di federalismo fiscale nei confronti delle amministrazioni territoriali, e che tuttavia non si è ancora applicato in quelle centrali;

– per quali ragioni la Presidenza del Consiglio dei ministri e recentemente anche il ministero dell’Economia e delle Finanze non debbano sottoporsi al medesimo regime di trasparenza e valutazione delle altre amministrazioni centrali;

– se il ministro non ritenga che la suddetta esclusione leda gravemente la credibilità del sistema e incentivi altre amministrazioni a sottrarsi dal modello di valutazione proposto, con il paradosso che mentre la normativa previgente (il d.lgs 286/1999) si applicava indistintamente a ciascuna amministrazione, la più recente riforma si ferma davanti alle amministrazioni più rilevanti;

– come intenda il ministro assicurare che non si ripetano le gravi disfunzioni denunciate nella lettera del professor Pietro Micheli.

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Fate quello che dico, non fate quello che faccio (CiVIT)

29 Nov

Già in tre occasioni ho avuto modo di parlare della CiVIT che è la Commissione Indipendente per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle Pubbliche Amministrazioni.

In tutti questi casi non mi ero espresso in maniera lusinghiera, cioè quando, come uno dei suoi primi atti aveva nominato il proprio segretario generale (25 febbraio), quando per incentivare il proprio personale aveva approvato, tra l’altro, una sorta di indennità di presenza, abolita in quasi tutte le altre P.A., sicuramente quelle civili (14 aprile), da ultimo quando il suo presidente, il magistrato Antonio Martone, era stato messo sotto accusa perchè  avrebbe partecipato lo scorso 23 settembre alla cena a casa di Denis Verdini con Flavio Carboni, nella quale ha preso le mosse l’associazione segreta confidenzialmente ribattezzata P3, che aveva tra le sue finalità quella di condizionare la decisione della Consulta a proposito del “Lodo Alfano” (15 luglio).

L’ultima sulla CiVIT ce la racconta l’autorevole Corriere della Sera, la Commissione ha affidato in maniera fiduciaria, ad un soggetto esterno, tale Augusto Pistolesi, un proprio compito, quello di stendere la relazione annuale sull’attività al Ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi. La persona che ha ricevuto l’incarico, secondo il Corriere, ha un curriculum che definirei da “oggi le comiche” ma ha un innegabile punto di forza, è il consigliere giuridico del Ministro Rotondi, nonché suo amico e compagno scuola.

Il fine dell’incarico è stato candidamente confessato dal presidente della CiVIT, che da oggi in poi soprannominerò “il tenero Giacomo”, quello di compiacere perchè «tale ministro è il destinatario dell’ unica relazione annuale che la Commissione deve redigere annualmente».

Come riporta l’articolo de “Il Corriere della Sera”, c’ è anche un altro motivo che «giustificava» la «consultazione» con Rotondi. Un motivo semplicemente strepitoso. Il fatto è che al ministero dell’ Attuazione del programma sopravvive un organismo che potrebbe avere sulla carta compiti analoghi a quelli della Commissione. È previsto da una norma del 1999 che nessuno ha mai pensato di abolire. Si chiama: «Comitato tecnico scientifico per il coordinamento in materia di valutazione e controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato», ed è presieduto dall’ ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino. Alle sedute, per inciso, partecipa anche il consigliere giuridico del ministro, cioè Pistolesi. Ragion per cui alla Commissione hanno ben pensato, si intende sempre «all’ unanimità», di evitare di pestarsi i piedi con quel Comitato affidando l’ incarico di fare la relazione annuale addirittura a uno che siede lì dentro.

Che dire dunque si questa CiVIT che non sia già stato detto nel titolo del post?

Forse solo una cosa: guardate il sito, capirete perché nell’acronimo CiVIT la “i” che sta per “indipendente” sia stata scritta in carattere minuscolo e perché nella scritta sottostante la stessa parola “INDIPENDENTE”sia così sbiadita!!!

I “BOCCONIANI” MI STANNO SIMPATICI

7 Ott

Recentemente ho partecipato ad un aggiornamento professionale di tre giorni tenuto dai docenti della SDA Bocconi. Diciamola tutta, la formazione era stata voluta (quasi imposta) da un collega che non stimo e, forse anche per questo motivo, ero particolarmente attento a formulare la mia valutazione.

Sulla preparazione dei docenti nulla da dire, nessuno si aspettava che, da buoni bocconiani, fossero meno che impeccabili. La partita però se la sarebbero giocata nel “modo” con il quale avrebbero saputo porgere i loro contenuti, non sempre di agevole comprensione, ad un pubblico molto eterogeneo per lavoro, cultura, formazione, carriera, competenze ecc…

Devo dire, a loro onore, che se la sono cavata benissimo, Raffaella, Davide e Marta, questi sono i loro nomi, hanno saputo catturare l’attenzione di tutti (tranne che per un ristretto numero di “brontosauri amministrativi” incartapecoriti, alcuni dei quali scappati all’intervallo del primo giorno di corso, altri dopo la prima pausa pranzo, altri ancora che sono apparsi e scomparsi nell’arco dei tre giorni, non riuscendo a totalizzare più di quattro ore complessive di attenzione, vera o presunta).

Secondo me il segreto del loro successo è stata dunque la “capacità di comunicare”.  Gli stretti contenuti avrebbero potuto essere materialmente maneggiati da una decina di partecipanti al corso (solo due dei quali assiduamente presenti) il resto degli uditori erano più che altro destinatari dei dei “meccanismi” veicolati dalla formazione e non dalla sua diretta applicazione. Eppure hanno seguito, lo hanno fatto con attenzione, spesso andando oltre lo stretto orario di servizio.

Il segreto del successo di  Raffaella, Davide e Marta credo che stia nella passione per i loro lavoro e in una simpatia autentica e non costruita a tavolino per compiacere l’uditorio.

Un piccolo aneddoto: poco prima della lezione mi sono trovato a chiacchierare con Davide che mi ha sottolineato con piacere di aver visto scendere dal treno dei ragazzi vestiti con un’inappuntabile giacca e cravatta per andare al liceo. Gli ho liberamente manifestato il mio dissenso nei confronti di un abbigliamento formale, se non in un limitato numero di circostanze (le reciproche posizioni sull’argomento si sarebbero potute riassumere in una fotografia),  in ogni caso rassicurandolo sul fatto che al liceo i ragazzi vanno ancora coi jeans (lo so perché ho una figlia che lo frequenta) e che quelli erano gli studenti, in divisa d’ordinanza, della scuola alberghiera!

Comunque non avrei scritto questo post sui “bocconiani simpatici”, se non ne avessi incontrato oggi un altro, in tutt’altro contesto, sulla rete, in un articolo dal titolo “Sapessi com’è strano frequentare un nido a Milano” apparso sul quotidiano economico on line “La voce”.

Scoprirete perché leggendolo.  Io posso dirvelo solo nel linguaggio “gergale” che ho imparato durante la formazione: “Se il Comune avesse approntato degli strumenti di misura della performance organizzativa in grado di rilevare non l’output ma l’outcome, avrebbe potuto accorgersi dell’inadeguatezza della propria offerta, Michele con il suo post ha dato voice ai destinatari del servizio”.

E comunque è proprio vero che “il pesce puzza sempre dalla testa”, basta andare a grattare sotto il curriculum del dirigente responsabile del settore come hanno fatto nel loro libro “Milano da morire” i giornalisti Offeddu e Sansa.

Tutti hanno fatto l’amore con la brunetta ma nessuno ne riconosce il figlio

2 Ott

E’ ormai qualche mese che il bambino è nato, gli hanno messo il brutto nome di decreto legislativo 150 ma è proprio bruttino, nessuno vuole riconoscerlo.

Ho sentito docenti di Università pubbliche e private, economisti, giuslavoristi, alti funzionari ministeriali, ecc… tutti mi dicono che è stata, a partire dalla legge 15 , una stagione feconda di amplessi normativi, di veline e di bozze che giravano di notte tra un Ministero e l’altro, tra un consulente e l’altro, un’orgia di tagli, di aggiunte, di scuole di pensiero, di approcci (alla francese, all’americana) di tecniche (aziendalista, gerarchico-istituzionale), di metodi, di “misurazioni”.

Il bambino è uscito bruttino nessuno lo vuole riconoscere. Anzi approfittando della sua gracilità lo zio Tremontino (se hai bambini ascolta) gli ha fatto lo sgambetto, ha mandato sua figlia, la legge 122, a svuotare la tasca dei “premi” del piccolo 150!

Mi sto facendo l’idea che il piccolo 150 crescerà (se crescerà) malissimo, allevato in tanti orfanotrofi quanti sono le pubbliche amministrazioni in Italia. Alcune magari lo svezzeranno, gli insegneranno un mestiere faranno di 150 un adulto virtuoso. Altri come in un’atmosfera alla Notre-Dame de Paris di 500 anni dopo  lo trascineranno nei bassifondi,  lo nutriranno di scarti, lo faranno crescere sporco e  rancoroso come chi non riuscirà, suo malgrado, ad aprirsi al quel sole che alcuni chiamano “trasparenza”.

CiVIT

15 Lug

Si chiama CiVIT che è l’acronimo di Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle Amministrazioni pubbliche.

Vorrei attirare l’attenzione del lettore sul significato delle vocali che costituiscono la parola CiVIT: la prima sta al posto dell’aggettivo “indipendente”, la seconda si riferisce al termine “Integrità”.

Ebbene il su Presidente Antonio Martone, ex avvocato generale in Cassazione e aspirante procuratore generale di Cassazione,  avrebbe partecipato lo scorso 23 settembre alla cena a casa di Denis Verdini con Flavio Carboni, nella quale ha preso le mosse l’associazione segreta confidenzialmente ribattezzata P 3, che aveva tra le sue finalità quella di condizionare la decisione della Consulta a proposito del “Lodo Alfano”.

Martone ora nega e, “per difendersi meglio”, ha dato le dimissioni dalla magistratura; ma non dalla presidenza della CiVIT dove rimane a sostenere quelle che sono le “colonne portanti” della Commissione: le due “I” di “INDIPENDENZA” e “INTEGRITA'”.

Cercasi  Sansone … mala tempora currunt!

Nepotismo e Pubblica Amministrazione

10 Lug

Sul giornale economico on line “la voce.info” è apparso un interessante articolo dall’eloquente titolo “Il posto pubblico? Si eredita” che mette in luce la correlazione del rinnovo generazionale nell’occupazione di posti di lavoro pubblici. Lascio a chi è interessato la lettura del pezzo, in questa sede desidero solo mettere in luce alcuni aspetti:

  1. l’influenza nell’inserimento in un posto di lavoro pubblico risulta essere minore per i figli che hanno ottenuto buone prestazioni all’università (e viceversa) Della serie: “Sei ciuccio, te lo trovo io una bella sedia da scaldare”.
  2. Il legame indagato si mostra più forte al Sud piuttosto che al Nord
  3. L’inserimento della propria discendenza nel “posto di lavoro sicuro” è molto legato al luogo di lavoro del genitore, il che sembra rafforzare il legame con la “raccomandazione”.
  4. Non si tratta solo di lavoro pubblico ma il fenomeno deteriore osservato riguarda tutta la gestione della cosa pubblica dall’accesso alla carriera accademica, ai politici che assicurano lauti incarichi ai familiari o le assunzioni clientelari alla Rai. Fino all’occupazione nepotistica della presidenza della presidenza di minuscole fondazioni bancarie di periferia che dovrebbero essere dedite ad interventi di “imparziale beneficenza”.

Lascio alle parole dell’autore dell’articolo la conclusione  che descrive l’impatto che un tale sistema, purtroppo generalizzato,  sul funzionamento della cosa pubblica e sulle responsabilità di coloro che vi operano ai diversi livelli:

Il nepotismo rappresenta un fallimento della meritocrazia: oltre a essere fonte di iniquità, produce rilevanti costi per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti ma “connessi”, e disincentiva i migliori a investire risorse per l’accesso a tali occupazioni.
Una delle principali cause di questo fenomeno va rintracciata negli schemi retributivi adottati nel pubblico impiego, in particolare nel fatto che generalmente i dirigenti o responsabili non sopportano economicamente le conseguenze delle scelte effettuate nelle selezioni pubbliche: se si assume il figlio incompetente del proprio collega si ottengono favori/tangenti/riconoscenza/lealtà da parte di quest’ultimo, ma praticamente nessuna penalizzazione in termini di minore remunerazione, nonostante l’organizzazione registri performance peggiori come conseguenza delle cattive selezioni. D’altra parte, la scarsa presenza di meccanismi retributivi incentivanti non penalizza nemmeno il “raccomandato” anche se svolgerà male il suo lavoro.
La riforma della pubblica amministrazione verso una più diffusa adozione di remunerazioni legate alla performance potrebbe contribuire al miglioramento della selezione della forza lavoro, ma è essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni in relazione alla qualità delle scelte effettuate.

FACCIAMO FINTA … (di valutare)

26 Mar

Facciamo finta che io lavori per una azienda che produce elettrodomestici.

Facciamo finta che io sia responsabile della produzione delle lavatrici.

Facciamo finta che nella mia azienda non si producano solo lavatrici, ma anche frigoriferi, cucine a gas, lavastoviglie, ecc… ecc…

Facciamo finta che nella mia azienda ci sia un “controllo qualità”: che verifica la precisione dei pezzi che escono tutte le settimane; un’assistenza clienti: che segue i prodotti nel post vendita; uno sportello reclami che riceve le lamentele per i prodotti non conformi.

Facciamo finta che io debba valutare i miei collaboratori, ci sarà qualcuno sicuramente più bravo, qualcuno più dotato nelle competenze di meccanica, qualcuno che sa creare la coesione del gruppo, qualcuno che non ha nient’altro che il lavoro e “ci mette l’anima nelle lavatrici”; qualcuno invece che è in crisi matrimoniale e ha la testa solo tra avvocati e tribunali. Sono tutte situazioni transitorie, che si ripercuotono sulle nostre lavatrici. Devo tenerne conto. Sono contento della produzione, nessuna lavatrice torna indietro alla catena di montaggio, non ci sono problemi con i clienti, valuto tutti i miei collaboratori in una scala tra 7 e 9 su 10 punti attribuibili. A questa valutazione corrisponde il “premio aziendale”!

Ora facciamo finta che il mio collega, responsabile delle lavastoviglie non voglia avere storie con i colleghi e dia a tutti un bel 10 a tutti, niente musi lunghi, niente discussioni, poco diviso in parti uguali a tutti. Per pura accademia pensiamo che facciano lo stesso anche il responsabile dei frigoriferi e delle cucine.

Ipotizziamo dunque che l’imprenditore si disinteressi della qualità del prodotto, non esistano sistemi di controllo, non abbia alcun feedback dalle diverse linee di produzione.

Immaginiamo ora che questo imprenditore abbia un sistema “premiante” che prevede un “fondo unico”, cui attingono tutti i dipendenti in relazione al punteggio ottenuto dai loro responsabili e che prescinde da seri parametri di redditività di ciascuna delle linee di produzione (lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi, ecc…).

Ora immaginiamo che le stesse modalità “incentivanti” siano anche adottate come modalità “selettive”, per i miglioramenti di carriera. Una serie di passaggi interni porterebbero, nel giro di pochi anni, in ruoli decisionali persone che ambiscono solo alla propria tranquillità personale anziché al progresso professionale, o che, nel migliore dei casi, sono prive di un’effettiva autonomia gestionale.

Bene questo sarebbe esattamente il caso in cui il datore di lavoro pubblico si troverebbe se producesse elettrodomestici: vi sarebbe la tendenza del personale, in particolare di quello incapace a trovare motivazioni alternative alla gratificazione economica,  a “migrare” verso il dirigente che utilizza criteri “livellanti” dell’attribuire il merito. Le stese persone sarebbero valutate e premialte per la loro “apatia professionale”. Nel lungo periodo ci si troverebbe ad un livellamento verso il basso del prodotto che condurrebbe ad una conduzione di fallimento.

Tutti bravissimi ma falliti!