DENOMINAZIONI D’ORIGINE

10 Feb

Dicesi inflazione monetaria, quel fenomeno per cui, per diverse ragioni, a fronte di una forte emissione di carta moneta, il potere d’acquisto (valore) del biglietto si ridice significativamente.

Un esempio a noi abbastanza vicino di inflazione, nel quale la moneta di carta perse quasi completamente valore e quello della Germania durante la Repubblica di Weimar (1919 – 1933), in quel periodo l’inflazione raggiunse livelli inimmaginabili (iperinflazione) basti pensare che i francobolli vennero a costare miliardi di marchi e per comprare un uovo occorreva un volume veramente notevole di carta moneta.

Un fenomeno non monetario di inflazione, relativamente recente è quello delle “denominazioni d’origine”. Io ricordo fin da bambino che c’era una distinzione tra il “vino da tavola” e il vino “D.O.C.” e che, anche per questo, il secondo era più “prezioso” (e più caro).  I vini “D.O.C.” vennero poi accompagnati dai vini “D.O.C.G”, nei quali la denominazione non solo era controllata ma diventava “garantita”. In campo vitivinicolo l’inflazione più che sui marchi di tutela si è sfogata sulla quantità di vini che hanno raggiunto, non si sa bene a seguito di quali controlli e garanzie, l’agognata “denominazione”. Sta di fatto che l’elenco dei vini D.O.C. nel nostro Paese è ormai lunghissimo. Si è pertanto sentita l’esigenza di cancellare la differenza fra D.O.C. e D.O.C.G. e riportare tutti i vini all’unica denominazione di D.O.P. come per le altre produzioni agroalimentari.

Ma le certificazioni d’origine non si fermano qui, a livello europeo ce ne sono tre,  e una sta per nascere. Oltre alla D.O.P., che prevede che tanto la materia prima quanto il metodo di produzione siano originari di un determinato territorio, ci sono la I.G.P. (Indicazione Geografica Protetta) nella quale solo dei due fattori deve avere radici sul territorio, ad esempio la Bresaola della Valtellina è prodotta in zona d’origine, con un metodo tradizionale locale ma con carne in gran parte d’importazione. Vi è quindi la S.T.G. (Specialità Tradizionale Garantita) per ottenere la quale è necessario che i prodotti agricoli e alimentari che abbiano una “specificità” legata al metodo di produzione o alla composizione legata alla tradizione di una zona, ma che non vengano prodotti necessariamente solo in tale zona. Recenti figlie della fantasia etichettatoria dell’Unione sono le I.G., riservate alle “Bevande spiritose” (ovviamente niente a che vedere con le sostanze utilizzate per stimolare barzellette sconce nelle riunioni tra veline e presidenti del consiglio).

A questo punto l’inflazione denominatoria lascia spazio all’italica fantasia. Tutte le Regioni si sono sbizzarrite nel compilare elenchi di P.A.T. “Prodotti  Agricoli Tradizionali” da inviare al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (ecco qui i 366 del Piemonte) ma il record lo detiene la Toscana con 456.

Poi sempre più giù in questo “federalismo delle balle” a “certificare” denominazioni d’origine perfino “comunali” che facciano apparire sui giornali qualche sindaco o assessore a fare la coda del pavone. Nascono allora le De.Co. figlie anche loro di una devolution nata dalla modifica del titolo V della Costituzione, votata a stretta maggioranza sul filo di lana di una legislatura morente e che oggi tutti tendono a ripudiare.  Ora dunque anche i comunelli, avendo la possibilità d’intervenire in materia agricola, scimmiottandosi fra loro, introducono denominazioni comunali prive di garanzie e di controlli sui rispetti dei disciplinari di produzione (ammesso che questi vi siano). Avanti dunque con “L’asparago rosa di Mezzago“, la “pesca limonina” di Comune d’Asti, la “Patata di Cesiomaggiore” …  Chi è delle mie parti può leggere le ultime boutades su “Eco risveglio” del 3 febbraio.

Io e Rossana siamo appassionati di frutteto, orto e di conserve casalinghe, pensavamo di lanciare anche noi un nostra denominazione “De.Ca’”, con un tocco di dialetto che ci attirerebbe le simpatie federaliste che oggi vanno per la maggiore.

Potrei consigliare anche all’amico Gigi, che fa il pasticcere e che a Capodanno ci ha deliziato facendoci provare la sua “Meringata alla cannella”, di crearsi una propria denominazione d’origine, suggerirei “De.Gi.”, in fondo lui si che è un artista!

 

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