Archive | novembre, 2010

Un altro mattone (pardon Martone) alla corte di Brunetta

30 Nov

Mi aggancio subito sul post di ieri sulla CiVIT del presidente Antonio Martone per informarvi che, questa volta l’autorevole quotidiano economico “Italia Oggi”, a pagina 7 di sabato 27 novembre, ci dà conto dell’incarico conferito al figlio di Antonio, Michel Martone, dal Ministro Brunetta.

Il prof Martone Junior, per un importo di 40 mila euro, ha ricevuto un incarico di durata annuale per  “La valutazione dei problemi giuridici della digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche di Paesi terzi”.

Grazie Ministro, ne sentivamo veramente il bisogno!

Ma la singolare analogia fra i curricula professionali dei due Martone mi induce ad accennare ad un altro fenomeno tutto italiano quello della mobilità sociale. Il nostro è uno dei paesi europei nei quali livello di istruzione o tipo di lavoro riflettono spesso quelli ottenuti dai padri. Nel caso dei Martone padre e figlio l’analogia è veramente impressionante.

Lo studio, riportato in un articolo di Maria De Paola in un articolo per “La voce.info” ci dice, tra l’altro, che in Italia, il 44 per cento dei padri architetti ha un figlio laureato in architettura, il 42 per cento dei padri laureati in giurisprudenza ha un figlio con il medesimo titolo di studio. Dati simili si riscontrano per i farmacisti (41 per cento), per gli ingegneri e i medici (39 per cento) e anche per i laureati in economia e statistica (28 per cento).

Fate quello che dico, non fate quello che faccio (CiVIT)

29 Nov

Già in tre occasioni ho avuto modo di parlare della CiVIT che è la Commissione Indipendente per la Valutazione, la Trasparenza e l’Integrità delle Pubbliche Amministrazioni.

In tutti questi casi non mi ero espresso in maniera lusinghiera, cioè quando, come uno dei suoi primi atti aveva nominato il proprio segretario generale (25 febbraio), quando per incentivare il proprio personale aveva approvato, tra l’altro, una sorta di indennità di presenza, abolita in quasi tutte le altre P.A., sicuramente quelle civili (14 aprile), da ultimo quando il suo presidente, il magistrato Antonio Martone, era stato messo sotto accusa perchè  avrebbe partecipato lo scorso 23 settembre alla cena a casa di Denis Verdini con Flavio Carboni, nella quale ha preso le mosse l’associazione segreta confidenzialmente ribattezzata P3, che aveva tra le sue finalità quella di condizionare la decisione della Consulta a proposito del “Lodo Alfano” (15 luglio).

L’ultima sulla CiVIT ce la racconta l’autorevole Corriere della Sera, la Commissione ha affidato in maniera fiduciaria, ad un soggetto esterno, tale Augusto Pistolesi, un proprio compito, quello di stendere la relazione annuale sull’attività al Ministro per l’attuazione del programma Gianfranco Rotondi. La persona che ha ricevuto l’incarico, secondo il Corriere, ha un curriculum che definirei da “oggi le comiche” ma ha un innegabile punto di forza, è il consigliere giuridico del Ministro Rotondi, nonché suo amico e compagno scuola.

Il fine dell’incarico è stato candidamente confessato dal presidente della CiVIT, che da oggi in poi soprannominerò “il tenero Giacomo”, quello di compiacere perchè «tale ministro è il destinatario dell’ unica relazione annuale che la Commissione deve redigere annualmente».

Come riporta l’articolo de “Il Corriere della Sera”, c’ è anche un altro motivo che «giustificava» la «consultazione» con Rotondi. Un motivo semplicemente strepitoso. Il fatto è che al ministero dell’ Attuazione del programma sopravvive un organismo che potrebbe avere sulla carta compiti analoghi a quelli della Commissione. È previsto da una norma del 1999 che nessuno ha mai pensato di abolire. Si chiama: «Comitato tecnico scientifico per il coordinamento in materia di valutazione e controllo strategico nelle amministrazioni dello Stato», ed è presieduto dall’ ex ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino. Alle sedute, per inciso, partecipa anche il consigliere giuridico del ministro, cioè Pistolesi. Ragion per cui alla Commissione hanno ben pensato, si intende sempre «all’ unanimità», di evitare di pestarsi i piedi con quel Comitato affidando l’ incarico di fare la relazione annuale addirittura a uno che siede lì dentro.

Che dire dunque si questa CiVIT che non sia già stato detto nel titolo del post?

Forse solo una cosa: guardate il sito, capirete perché nell’acronimo CiVIT la “i” che sta per “indipendente” sia stata scritta in carattere minuscolo e perché nella scritta sottostante la stessa parola “INDIPENDENTE”sia così sbiadita!!!

Pensa alla pensione…

26 Nov

Tanti anni fa, quando studiavo all’Università facendo mille lavoretti, mia nonna mi diceva spesso “pensa alla pensione”. Io non capivo neppure cosa volesse dire, talmente ero impegnato con gli esami ed arrivare a fine mese riuscendo a pagare affitto e bollette.

Ora che sono più “grandicello” ed ho alle spalle qualche anno di lavoro, penso spesso alla pensione prima o poi ci arriverò, anche se “l’arbitro” di questa simpatico percorso di una vita di lavoro continua a spostare in avanti la linea del traguardo.

Maratoneti in corsa a Atene durante i primi Giochi Olimpici del 1896.

Pensate ad una maratona, lunga una quarantina di chilometri, più o meno come sono circa una quarantina gli anni che ci vogliono per andare in pensione, alla fine del percorso l’arbitro si inventa la storia delle “finestre” e ti sposta la linea del traguardo avanti di un chilometro (un anno per l’aspirante pensionato). Il “concorrente”, che magari ha centellinato le proprie energie in vista del traguardo, non deve incazzarsi?

Immaginate che lo stesso arbitro debba fissare le regole per sé, e che quelle regole prevedano che possa andare in pensione dopo due anni e mezzo di legislatura. “Ci stà” dirà qualcuno di voi, è un mezzofondista, mica un maratoneta.

Le regole per il “mezzofondista” prevedono che arrivi al traguardo della pensione sopo due anni e mezzo di “gara”, in corsia superlusso (fino a qualche anno fa bastava un solo giorno) per godere di un vitalizio di oltre 3000 euro mensili.

Mettiamo che qualcuno in Parlamento proponga, visti i tempi di crisi, di cambiare le regole anche per i mezzofondisti  ma, dal momento che questi sono anche  i giudici della “maratona” per tutti gli altri lavoratori, quelli che fanno la legge spostando il traguardo, ecco come vanno a finire le cose.

Se terminasse oggi la legislatura c’è tutta una schiera di parlamentati al primo mandato che non avrebbero “guadagnato” il diritto alla pensione: 105 al Senato e 240 alla Camera. In totale 345 parlamentari. Dite che sono uno che pensa male se dico che molti di questi sono quelli che parlano di “senso di responsabilità” e che vogliono l’accanimento terapeutico su un governo moribondo oppure un altro governo pur che sia, per arrivare ai due anni e mezzo?

Tre storie di provincia

24 Nov

“Tutto questo lo sai e sai dove comincia la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia” canta così la “Canzone del quasi amore” di Francesco Guccini (Fra la via Emilia e il West – 1984).

Queste situazioni, in bilico tra “bellezza e mediocrità”, le trovate in tre libri scritti da amici, molto diversi tra loro per carattere, stili di vita, temperamento, età, ma che riportano, ciascuno con le sue sfumature, lo stato d’animo di chi, pur riconoscendo le miserie, le piccolezze, le ristrettezze di vedute della gente che abita in provincia, non riesce a fare una scelta radicale abbandonando tutto per la città.

Avete già capito che questo è un post della serie “Promo mai prono”, che profuma di “marchetta natalizia”, ma che non avrei fatto senza il sincero apprezzamento per i romanzi che ho letto. Anzi dirò di più, per dimostrarvi che sono sincero mi invento “biblioteca umana” e se non li trovate, avete poca dimestichezza con gli acquisti di libri on line, il regalo ve lo faccio io, prestandoveli per le letture delle prossime vacanze.

Vesto ora i panni di un Piero Dorfles (di provincia, s’intende) e passo a presentarvi i tre agili volumetti:

Il primo libro s’intitola “Heidi non lo sa” e non è una novità assoluta, uscito qualche anno fa in autoproduzione ha finalmente trovato un editore -ACCO-. Gli autori (ad uno dei quali sono legato per ragioni  di parentela) hanno dunque ripreso il testo originario per renderlo forse un po’ meno “duro” nella descrizione delle “bassezze” e delle “meschinità” della gente di provincia e ne hanno cambiato il finale, ancora più a sorpresa.

Il secondo libro s’intitola “In caso di necessità” ed è stato scritto da un eccentrico concreto, il mio amico Gianni Lomazzi, uno che trova la bellezza nelle piccole cose insignificanti, un personaggio controcorrente, ricco di umanità e di storie, la persona che quando la incontri per caso nel passeggio serale estivo sul lungo lago “ti riempie la serata”. Se venite a Verbania e vedete girare una vecchia Triumph Spitfire verde guidata da un cappello è lui, l’avete trovato! Va detto che il libro non è per tutti, alla seconda edizione è stata aggiunta una fascetta rossa di avvertimento: “ATTENZIONE, contiene congiuntivi, consigliato a lettori consapevoli”.

Anche del terzo libro avevo già parlato in un post, è a metà fra il racconto giallo e il romanzo storico, anzi  tutti e due i filoni vengono ripercorsi in due racconti paralleli. Scritto da Valerio Cantamessi, persona di straordinaria cultura e ricca umanità pone un piccolo paesi ai piedi delle Alpi “Ornavasso” al centro di un intrigo internazionale avvenuto oltre 500 anni fa. “Tre, il segreto della guardia”.


E’ PARTITA LA CAMPAGNA ELETTORALE

18 Nov

‘N t’u culu alla crisi (dal Blog di Federico Pontiggia sulla terza pagina de “Il fatto quotidiano”)

Crisi di governo? ‘N t’u culu alla crisi. Parola di Cetto Laqualunque, che arriverà nelle nostre sale il 21 gennaio, per la regia di Giulio Manfredonia e la produzione Fandango. Il titolo? Un grido di battaglia politica, che non ammette distinguo: Qualunquemente. Dopo otto settimane di lavorazione tra Roma e Calabria (Lamezia Terme, Scilla e Palmi), Antonio Albanese alias Cetto Laqualunque è pronto, prontissimo: “Cazzu cazzu iu iu. Quotidianamente spessatamente purtroppamente…”. Al suo fianco sul grande schermo Sergio Rubini, Lorenza Indovina, Salvatore Cantalupo, Luigi Maria Burruano e in colonna sonora la Banda Osiris, la campagna elettorale di Cetto è già iniziata, con tanto di affissioni a Roma. E un solo punto in programma: Più pilu per tutti.

Questo video di “Cetto Laqualunque” per ricordare com’è finita l’ultima volta. Prendetevi una decina di minuti di tempo, quello che serve per passare dalla satira alla consapevolezza che “è stato tutto inutile”.

 

Brunetta usa il sito del Ministero per difendersi dalle recenti grane procurate da “gnocca” e fondi neri

15 Nov

Sul sito del del Ministero per la Pubblica amministrazione e l’innovazione è apparso questo documento con il quale il Ministro Brunetta replica al settimanale “L’espresso” sulle recenti grane della vicenda “gnocca e fondi neri”.

Francamente la faccenda della “gnocca” mi fa un po’ ridere, quella dei fondi neri è un déjà vu che ogni tanto in questo Paese torna a galla. Vorrei fare solo due battute sulla questione dell’utilizzo del sito del ministero per difendersi dalle accuse dei giornali.

Quanta distanza dal Brunetta che dà bacchettate ai pubblici dipendenti che utilizzano la posta elettronica per fini non strettamente istituzionali e quanta ancora dalla direttiva e dalle linee guida per la comunicazione via web ai cittadini varate dallo stesso Brunetta.

Si può parlare di reato? Di peculato? Se ne deve interessare la Corte dei Conti? A me è sufficiente osservare che siamo in presenza dell’ennesima incoerenza e del cattivo gusto di chi predica bene e razzola male.

La stessa incoerenza e lo stesso cattivo gusto dimostrato dai nostri deputati il 21 settembre quando, mentre da un lato rivedono al rialzo l’età pensionabile per tutti i  “sudditi” ricorrendo all’ignobile “trucchetto delle finestre” votano contro ad una proposta dell’IdV per l’abolizione del vitalizio ai parlamentari dopo solo 5 anni di legislatura. Ecco l’esito della votazione:

Presenti 525

Votanti 520

Astenuti 5

Maggioranza 261

Hanno votato sì 22

Hanno votato no 498.

Quosque tandem?

Disavventura sui “rami secchi” delle ferrovie

10 Nov

Lo sappiamo fin da ragazzi: i rami secchi sono da evitare. Chi di noi non è caduto dall’albero (o ha rischiato di farlo) andando a rubare i fichi?!? Sono i rischi del mestiere ma è impossibile resistere quando la fame ti attanaglia, la merenda non sai neppure cosa sia e vedi uno splendido fico “dimenticato” da proprietario preso d’assalto da avidi vesponi!

Scoccia un po’ di più quando sono i “rami secchi” delle ferrovie a rovistare nelle tue tasche dopo averti offerto un servizio da Far West.

E’ capitato ad un amico, aveva lasciato  l’auto di servizio ad un collega e doveva percorrere un breve tratto che separa i comuni di Gravellona Toce da quello di Vogogna (nella provincia del Verbano Cusio Ossola, nordest  del Piemonte), dimentico che ormai le stazioni minori sono “terra di nessuno” dove la biglietteria è stata sostituita da una specie di armadio di metallo, si accinge a fare il biglietto.

La “macchina” la sapeva usare, glielo aveva insegnato qualche giorno prima un “tossico” alla stazione centrale di Milano. Proprio così, con l’avvento della tecnologia i cosiddetti “tossici” hanno trovato un loro ruolo sociale e al tempo stesso un lavoro ben remunerato, aiutano gli sfortunati viaggiatori che non hanno il tempo di fare la coda agli sportelli ad usare correttamente le biglietterie automatiche. Vuoi non lasciare un euro di mancia  (con la quale comprare un po’ di “roba buona”) dopo che ti hanno tratto d’impaccio? Ti chiedono lo stesso per prenotare il cinema, “tariffa di mercato” insomma.

Torniamo dall’amico alla biglietteria automatica. Non avendo previsto la mancanza del bigliettaio in carne ed ossa è privo di moneta. Sarebbero bastati un paio di euro ma quel giorno non ce li ha. Niente paura: luccica sul corpo metallico dell’automa una scritta nera nella quale viene annunciato “LA MACCHINA DA’ IL RESTO”. L’amico estrae dunque dal portafoglio una banconota da 20 € e la inserisce nell’apposita fessura. Dopo aver stampato il titolo di viaggio la macchina non sgancia il grano promesso, evidentemente la stazione era troppo periferica, troppo marginale perché qualcuno passi a fare la manutenzione al “bigliettaio di latta”.

Tutto quello che riesce a fare la macchina è sputare fuori un biglietto nel quale annuncia un credito di circa 18 euro. Ma, mentre un titolo di credito è esigibile, il pezzo di carta che rappresenta il resto del bigliettaio fantasma non lo è. Bisogna acquistare degli altri biglietti.

Pazienza, l’amico è solo un frequentatore occasionale delle ferrovie (diversamente avrebbe conosciuto il “trucco” delle biglietterie automatiche) ma sua moglie va spesso a Milano e acquistando con quel titolo quattro biglietti avrebbe potuto riscuotere agevolmente il credito.

Purtroppo il foglietto rilasciato dal “bigliettaio di latta” era stampato male evidentemente la stazione di Gravellona è talmente periferica da non meritare neppure la sostituzione periodica delle cartucce d’inchiostro delle biglietterie automatiche. Quindi, questa volta con una bigliettaia “vera”, anche se “programmata” dell’azienda come un automa e con la stessa flessibilità del collega “pressofuso”, nuova discussione, gente in coda spazientita, magari con te e non con le ferrovie.

Morale: la bigliettaia in carne ed ossa non si  “assume la responsabilità” di cambiare il titolo di credito stampato male dal suo “collega di metallo” in titoli di viaggio utilizzabili, fa una fotocopia e dice che avrebbe chiesto ai superiori. L’amica dovrà dunque ripassare a reclamare i biglietti quando in realtà Trenitalia le deve dei soldi!!!

Chiudo con stile (anche se amaramente) con una citazione da “Le città invisibili” di Calvino. “I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.”