Archivio | agosto, 2009

EMISSION ZERO: il sole che diventa corrente elettrica (1)

31 Ago

Oltre a scaldare l’acqua, il sole che arroventa le nostre tegole può fornirci anche l’energia per far funzionare gli elettrodomestici. Sto parlando dell’impianto solare fotovoltaico in pratica l’energia solare viene convertita direttamente, con la mediazione di semiconduttori in silicio, in energia elettrica a corrente continua, trasformata in corrente alternata da un “inverter” e resa disponibile per la rete. L’utente-produttore, non pagherà al suo fornitore di energia la corrente fino al limite di quella da lui prodotta e riceverà un contributo pubblico per la sua produzione. La “tariffa incentivata” è stabilita e aggiornata annualmente sulla base di un decreto dei ministeri dell’ambiente e delle attività produttive e varia a seconda che i pannelli siano integrati nella falda del tetto, solo parzialmente integrati, oppure siano separati dalla costruzione. Per il 2009 il contributo a Kwh prodotto dai pannelli integrati è di € 0,45 , che si aggiungono ai 18 centesimi di risparmio per ogni kw prodotto che non si deve comperare dal fornitore.

La “tariffa incentivata” per il solare fotovoltaico sostituisce in pratica la detrazione del 55% prevista per le altre forme di risparmio energetico. In condizioni ottimali di orientamento, inclinazione esposizione al sole dei pannelli è comunque conveniente, se ne sono accorte anche le banche e le finanziarie che, in un periodo come questo di calo dei tassi di resa del capitale, fanno a gara per concedere “prestiti ecologici”.

Mi faccio un po’ di conti in tasca, tanto per darvi un’idea. La cosa mi è particolarmente agevole da quando sul giornale è apparso il mio reddito, dato in pasto al vojerismo popolare. Una sorta di reazione al “grande fratello” televisivo operata dalla carta stampata locale  in calo di vendite.

In proposito mi auguro di vedere pubblicato prossimamente anche il reddito dei miei colleghi del Comune, dell’Asl, quello dei Presidi delle scuole (ora dirigenti scolastici), quello dei dirigenti della Prefettura e delle aziende municipalizzate. Ma non solo, un’operazione trasparenza vera sarebbe quella di pubblicare quanto percepiscono le schiere di politici (locali e non) e dei loro familiari, infilati ad ingrossare i consigli di amministrazione di ENEL, ENI, Compagnie ed allegre brigate di San Paolo, San Giovanni, San Giusto (no, Giusto no), senza nemmeno aver dovuto superare un pubblico concorso!

Come avrebbe detto la mia prof. d’italiano delle medie sono andato “fuori tema”, perciò rimando i conteggi del fotovoltaico al prossimo post e dedico a tutti coloro che fanno la carità coi soldi degli altri questa canzone di Giorgio Gaber.

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Emission zero: la gatta sul tetto che scotta

27 Ago

La gatta sul tetto che scotta è il titolo di un’opera teatrale di Tennessee Williams del ’54, diventata nel ’58 un celebre film con Paul Newman e Elizabeth Taylor. Il tema trattato dalle opere non c’entra nulla con il risparmio energetico ma il titolo rende bene l’idea di quanta energia si viene a concentrare su un tetto sotto il sole.

Siete mai saliti su un tetto in una giornata di pieno sole d’estate? Meglio ancora, avete mai passato qualche minuto sotto un tetto non coibentato, dove le tegole arroventate dal sole trasformano la soffitta in una fornace? Ebbene tutto questo sole, con gli opportuni accorgimenti può “lavorare per noi”; la sua energia può essere sfruttata sotto forma di calore (solare termico) o di elettricità (solare fotovoltaico).

Purtroppo d’inverno, quando ci sarebbe più bisogno di energia, la nostra stella fa la “tirchia” e non scalda abbastanza. Se questo non ci crea particolari problemi con la tecnologia fotovoltaica, che trasforma il sole in energia elettrica e viene immessa in rete per essere richiamata per il nostro consumo a piacimento, per l’energia termica le cose sono, da questo punto di vista, più complicate.

Succede infatti che, dopo aver dimensionato i pennelli per catturare il calore del sole ed integrare il riscaldamento, d’estate se ne debba coprire oltre la metà per non surriscaldare l’impianto e d’inverno l’integrazione al riscaldamento non sia che molto parziale a temperature realtivamente basse, utilizzabili sono nel caso si disponga di pannelli radianti sotto il pavimento.

domanda disponibilità energiaIl grafico a fianco mette a confronto la domanda di energia di un appartamento do medie dimensioni nel corso dell’anno con l’energia profotta da poco più di 5 mq di pannelli solari termici.

Qual’è il contributo del calore del sole al riscaldamento dell’edificio? Si va dal 5 al 20% a seconda delle fonti che ho consultato e i costi non sono proprio poca cosa:  c’è la superficie dei pannelli, ampia e costosa, c’è il serbatoio di accumulo, si parla attorno ai mille litri per la mia abitazione, ci sono centinaia di metri di tubi di rame coibentati (in questo momento il costo della materia prima è alle stelle), c’è ina quantità inimmaginabile di valvole e controvalvole, ricircoli e sicurezze. Insomma una scelta da fare incentivati dalla detrazione del 55% delle spese e spinti dal fatto che si sta facendo un’operazione EMISSION ZERO!!!

Patata pacciamata, patata fortunata.

12 Ago

Nel mio “orto bonsai”, tagliato su misura per i nostri consumi familiari, non manca mai un piccolo spazio per le patate. Si tratta di un striscia di terreno larga un metro e lunga cinque nella quale pianto, sotto un telo di polietilene preforato, due file alternate di patate distanti tra loro un cinquantina di centimetri, distanziate di 30 cm sulla fila.

Quest’anno ho piantato 30 patatine da semina selezionate, grandi più o meno come una pallina da ping pong, in un terreno ben lavorato concimato esclusivamente con letame di cavallo ben maturo.

La pacciamatura, oltre a impedire la crescita delle erbacce, è infatti necessario un limitato intervento di diserbo manuale fino a quando le piantine di patata non prendono il sopravvento impedendo alle male erbe di ricevere la luce, mantiene il terreno sempre fresco, leggero e umido. Le patate sotto la pacciamatura crescono quasi in superficie e non è necessario scavare molto per raccoglierle.

Mi rendo conto che il telo di polietilene non è il massimo dal punto di vista ecologico ma le alternative di teli biodegradabili hanno prezzi assolutamente proibitivi. Ricorro dunque al polietilene, pulendolo con cura a fine stagione per riutilizzarlo più volte e quando proprio non si può più riutilizzare perchè è lacero pieno di buchi fa ancora il suo buon servizio per un paio d’anni piegato in due a fare la guardia alla crescita delle erbacce sui camminamenti dell’orto!

PICT0011Ecco le foto di ieri durante la raccolta con mia figlia Alice: dapprima tolto le piante che ormai avevano raggiunto la fine del loro ciclo, poi rimosso di film di polietilene, sotto il quale facevano già capolino i primi tuberi.

PICT0019Quindi, mentre io rimuovevo la terra, Alice estraeva le patate che via via apparivano.

La “pezzatura” del raccolto non è stata niente male anche quest’anno! Anche le forme più strane non hanno mancato di allietare i nostre sforzi!

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Come sempre c’è stato qualche “incidente di percorso” …

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Ma non possiamo che dichiararci soddisfatti sia per quantità (guardate cosa non è venuto fuori da un paio di chili di patate da seme).

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Che per qualità!

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Ora la prosa è pronta a ricevere le insalate invernali.

EMISSION ZERO: il berretto di lana!

3 Ago

“Mettiti il berretto di lana” diceva sempre la mia nonna quando ero piccolo. Allora non capivo perché dovessi andare sempre in giro intabarrato con cappotto e cappello. Lei però sapeva cosa mi sarebbe successo, era cresciuta in una famiglia di uomini calvi, aveva sposato uno splendido ufficiale degli alpini calvo, aveva due figli calvi, sapeva come sarebbe finita! O forse no, perché il cappotto l’ho sempre portato malvolentieri, di cappello non se ne è mai parlato (benché ci avesse azzeccato con le previsioni tricologiche). Quello che mia nonna non aveva previsto e che ora cappotto e cappello li sto facendo alla casa!

Eh già, perché sempre nel campo delle protezioni passive, dopo il “cappotto” viene il cappello, anzi proprio il “berretto di lana” come voleva mia nonna. Ho già illustrato in un precedente post le soluzioni che intendo adottare per il cappotto che mi faranno risparmiare, secondo i calcoli svizzeri di Minergie, il 25% delle spese di energia, ora mi appresto a descrivere la soluzione adottata per risparmiare un ulteriore 17% che se ne sale in cielo direttamente dal tetto.

Non è stato facile mettere d’accordo i tre protagonisti della trattativa: Luciano, il termotecnico il più progressista, che guarda al futuro, ha visioni di lungo periodo (e di grande spessore) e punta a minimizzare i consumi. Sergio, il titolare dell’impresa edile, della cui esperienza ci fidiamo in modo particolare perché riesce sempre ad individuare soluzioni brillanti ai problemi che via via si presentano, ma che tende ad essere più conservatore sulle tecniche e sui materiali. Diciamo, per giocare con il paradigma politico, area di centro. E poi c’è il terzo protagonista, il più conservatore di tutti, quello che guarda solo al suo tornaconto: il portafoglio. Lui, lo sanno tutti, è decisamente di destra!

Abbiamo passato una serata a discutere di tecniche e materiali, tradizionali, ecologici, bio, sintetici, autoportanti. Ci siamo fatti delle sonore “pippe” su coefficienti di conducibilità, volani termici, sugli spessori. Abbiamo quindi affrontato il tema della tecnica costruttiva più idonea a mascherare l’altezza del “pacchetto” … Alla fine aveva ragione mia nonna: per il tetto “berretto di lana”, di roccia però!

In breve si è giunti alla decisione, non semplice, per passaggi successivi. Scartati tutti i polistiroli e derivati che costano relativamente poco, proteggono bene dal freddo e poco dal caldo (problemi di volano termico) e potrebbero dare qualche problema di traspirabilità, abbiamo deciso di lavorare con prodotti a base naturale: sughero, fibra di legno e lana di roccia.

Il primo è senz’altro il migliore ma, anche se il mio fornitore, che già ha ricevuto l’incarico per il cappotto, avrebbe fatto un ulteriore sforzo con lo sconto, veniva veramente un “pillola”. Soprattutto perché non siamo riusciti a far passare con Sergio l’idea, meno costosa, di riempire l’intercapedine del tetto con un prodotto granulato anziché utilizzare i pannelli.

La fibra di legno è dotata di un ridotto potere coibentante rispetto agli altri materiali ed è più pesante, per cui, per raggiungere lo stesso coefficiente di resa, avremmo dovuto aggiungere chili, spessore e soldi in materiale.

Abbiamo dunque optato per la soluzione “della nonna” ci siamo lanciati sulla lana di roccia. Una volta individuato il materiale bisognava valutare la tecnica costruttiva e lo spessore dell’isolante, ma anche su questi aspetti non abbiamo avuto particolari problemi. Sergio ci farà un prezzo avendo come riferimento lo spessore “minimo” per raggiungere lo standard che ci consente di avere la detrazione fiscale del 55% e poi ci dirà quanto ci costa ogni centimetro di isolamento in più che vorremo mettere.

Dal prossimo post invece le cose si complicheranno perché passeremo dalle soluzioni passive per non disperdere calore, agli accorgimenti tecnologici per risparmiare e produrre energia. Chiedo fin d’ora il contributo degli amici che so che mi leggono e ne sanno più di me, affinché mi correggano se commetto delle imprecisioni. Si rassicurino però quelli che come me hanno faticato a passare l’esame di matematica all’università, cercherò sempre di mantenere un linguaggio colloquiale.