La Pubblica Aministrazione “spiegata” ai miei compagni di basket

20 Lug

Tempo fa ho raccontato in un post il mio imbarazzo quando dico che lavoro nella Pubblica Amministrazione. Di solito sono per questo bersaglio di battutine del tipo “Tu cosa c’entri, stiamo parlando di lavoro …” che io cerco di sdrammatizzare dicendo: ” Ma anche io faccio qualcosa di proficuo, coltivo l’orto”.

Recentemente ero a cena con i miei nuovi compagni di “palla a spicchi” (da quando ho smesso di giocare nei campionati federali sto praticando una “terapia scalare” con un gruppo di compagni con i quali partecipiamo ai tornei over 40) e si è accennato agli strepitosi successi ottenuti dal “ministro tascabile”  per la pubblica amministrazione e l’innovazione Brunetta. Mi è subito venuto da pensare che, per ottenere dei risultati così eclatanti in pochi mesi, la situazione di partenza doveva essere veramente allo sbando. Per usare una metafora mi viene in mente una conduttura rotta, che perde acqua a fiotti, se io premo la la falla con le mani e magari ci lego intorno uno straccio, ottengo subito dei risultati eclatanti, diciamo che recupero subito il 38% dell’acqua che prima andava persa (corrispondente per puro caso alla riduzione dell’assenteismo operata dalla riforma Brunetta).

Il problema vero è tuttavia rispondere alla domanda: “L’acqua che ho recuperato, produce utilità per la collettività?” In altre parole se io riesco a “costringere” un impiegato pubblico a presentarsi in ufficio e questo passa il tempo a fissare un puntino sul muro, per u motivi più vari: nessuno gli assegna un lavoro, non è capace di fare nulla, non ha voglia e si sente “vittima di un complotto”, non si è mai aggiornato, adeguantosi all’evoluzione delle tecnologie (ICT), non esiste un efficace organizzazione del lavoro, nessuno si assume della responsabilità e compagnia cantante … serve poco avere messo una pezza al tubo.

Vediamo di tradurre quanto detto fin ora in termini cestistici. Mettiamo che io sia un allenatore di una squadra di basket di periferia, la mia società non può pagare stipendi interessanti, quando va bene saltano fuori dei “rimborsi spese”, di fare delle selezioni rigorose “appetibili” per le giovani leve del circondario non se ne parla, quindi io mi trovo a dover lavorare con dei giocatori che vengono ad occupare il proprio tempo libero. Siamo a settembre e per una sorta di “magia” ho il potere di “costringere” tutti a venire a fare la preparazione atletica. Noi che abbiamo giocato e che continuiamo tenacemente a farlo sappiamo che la preparazione pre campionato è uno dei momenti più difficili per chi deve allenare una squadra, palloni se ne vedono pochi e la fatica di rimettersi al lavoro è tanta.

I giocatori non sono pagati, ricevono tutti lo stesso pourboire, non c’è modo di incentivarli economicamente differenziando gli stipendi. Se sono un bravo “motivatore” alterno la fatica al divertimento, riesco a dare delle prospettive, cerco la coesione del gruppo, mi “metto in gioco”, indosso pantaloncini e maglietta e “sudo” con loro, comando saldamente ma fornisco delle spiegazioni per far comprendere loro il senso del lavoro che stiamo facendo insieme, probabilmente otterrò dei risultati, altrimenti mi troverò sempre a dover gestire delle presenze “inutili”.

Come un bravo allenatore, un dirigente, si pubblico che privato,  ha a disposizione una squadra, qualche giocatore è più dotato, altri meno, ma lui deve saper gestire il gruppo al completo. Non mi serve a nulla che Tizio mi faccia 40 punti a partita, se Caio e Sempronio non vedono un pallone. Se tutti e tre realizzassero 15 punti a testa il risultato di squadra sarebbe migliore e magari i 5 punti in più mi basterebbero per vincere la partita. Mi serve a poco migliorare la performance individuale (figuriamoci la sola presenza) se non riesco a generare un “salto di qualità” alla performance collettiva.

Spirito competitivo e al tempo stesso collaborativo è quello che mi hanno insegnato gli ormai quasi 40 anni di basket, estro, fantasia, assunzione di responsabilità, anche protagonismo, ma sempre in sintonia con una squadra affiatata, anche fuori dal campo, come l’altra sera, appunto. Grazie ragazzi.

M5 cirano

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4 Risposte to “La Pubblica Aministrazione “spiegata” ai miei compagni di basket”

  1. mufasa 21 luglio 2009 a 22:00 #

    Il problema è che se la proprietà della squadra ha interesse a scaricare costi e magari giusto far vedere che sulla maglietta c’è uno sponsor (che scarica i costi) … un buon allenatore serve comunque a poco e un diamante grezzo tra i giocatori sarebbe più utile come pezzo di carbone. E’ che anche nello sport l’etica è un pò fuori moda. Diventa necessario fare colletta e cambiare la proprietà…insomma l’allenatore è solo un capro espiatorio anche lui… bisogna proprio fare colletta e impegnarsi di più.
    Quando sarà il momento io ci metto ancora la mia quota (anche se già una volta se la sono fregata) ! 🙂

  2. chiara 24 luglio 2009 a 10:54 #

    Pienamente d’accordo sullo spirito collaborativo e sul dovere dei dirigenti di cercare di trarre il meglio dai propri dipendenti. Il problema del “pubblico” però è anche che, dirigente a parte (non per scusare la mia dirigente, per carità!), ci sono degli errori alla base e invece di migliorare le cose il binomio “Brunetta – Gelmini” sta complottando per fare altri danni! I miei genitori – ottimi ex dipendenti pubblici fuori dalla norma – mi hanno insegnato da piccola che una democrazia che si rispetti deve avere un buon sistema sanitario e scolastico (loro erano un po’ di parte?! oppure hanno scelto quei lavori proprio perché credavano in questo principio). E noi dove siamo finiti?!?! Se Cirano non si monta troppo la testa posso ammettere che tra i miei vari “capi” di vari lavori (sia pubblici che privati) lui è stato il migliore! (sì, ma sapessi chi erano gli altri!!!). 😉

    • Cirano 27 luglio 2009 a 17:42 #

      Cara Chiara, anche una banana nera e rinsecchita può sembrare un piccolo tesoro in mezzo alla spazzatura.
      Per il sistema di valori che questa società insegue i tuoi genitori, dipendenti pubblici, forse non sono stati un modello appariscente, ma io ho modo di incontrare ancora alunni di tua mamma che la ricordano con affetto e ho in mente come se fosse ieri l’omino che attraversava la stradina di accesso a casa mia per portare un rimorchio di letame a tuo papà, che con la sua “testardaggine” gli aveva salvato la vita diagnosticandogli una malattia stranissima che nessuno riusciva a riconoscere. Questi sono esempi da portare al “ministro tascabile” le cosiddette “buone prassi” vanno ricercate nella competenza e passione delle persone. la P.A. si regge su migliaia di persone come queste che interagiscono fra loro per senso di responsabilità, talvolta anche in assenza di una vera e propria guida.
      (In sociologia dell’organizzazione tutto questo ha un nome, si chiama “costellazione di ruoli”)
      Ti abbraccio

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  1. Basket over 40 in un paese che non vogliamo perdere « Io non perdono e tocco - 8 dicembre 2009

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