Nepotismo e Pubblica Amministrazione

10 Lug

Sul giornale economico on line “la voce.info” è apparso un interessante articolo dall’eloquente titolo “Il posto pubblico? Si eredita” che mette in luce la correlazione del rinnovo generazionale nell’occupazione di posti di lavoro pubblici. Lascio a chi è interessato la lettura del pezzo, in questa sede desidero solo mettere in luce alcuni aspetti:

  1. l’influenza nell’inserimento in un posto di lavoro pubblico risulta essere minore per i figli che hanno ottenuto buone prestazioni all’università (e viceversa) Della serie: “Sei ciuccio, te lo trovo io una bella sedia da scaldare”.
  2. Il legame indagato si mostra più forte al Sud piuttosto che al Nord
  3. L’inserimento della propria discendenza nel “posto di lavoro sicuro” è molto legato al luogo di lavoro del genitore, il che sembra rafforzare il legame con la “raccomandazione”.
  4. Non si tratta solo di lavoro pubblico ma il fenomeno deteriore osservato riguarda tutta la gestione della cosa pubblica dall’accesso alla carriera accademica, ai politici che assicurano lauti incarichi ai familiari o le assunzioni clientelari alla Rai. Fino all’occupazione nepotistica della presidenza della presidenza di minuscole fondazioni bancarie di periferia che dovrebbero essere dedite ad interventi di “imparziale beneficenza”.

Lascio alle parole dell’autore dell’articolo la conclusione  che descrive l’impatto che un tale sistema, purtroppo generalizzato,  sul funzionamento della cosa pubblica e sulle responsabilità di coloro che vi operano ai diversi livelli:

Il nepotismo rappresenta un fallimento della meritocrazia: oltre a essere fonte di iniquità, produce rilevanti costi per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti ma “connessi”, e disincentiva i migliori a investire risorse per l’accesso a tali occupazioni.
Una delle principali cause di questo fenomeno va rintracciata negli schemi retributivi adottati nel pubblico impiego, in particolare nel fatto che generalmente i dirigenti o responsabili non sopportano economicamente le conseguenze delle scelte effettuate nelle selezioni pubbliche: se si assume il figlio incompetente del proprio collega si ottengono favori/tangenti/riconoscenza/lealtà da parte di quest’ultimo, ma praticamente nessuna penalizzazione in termini di minore remunerazione, nonostante l’organizzazione registri performance peggiori come conseguenza delle cattive selezioni. D’altra parte, la scarsa presenza di meccanismi retributivi incentivanti non penalizza nemmeno il “raccomandato” anche se svolgerà male il suo lavoro.
La riforma della pubblica amministrazione verso una più diffusa adozione di remunerazioni legate alla performance potrebbe contribuire al miglioramento della selezione della forza lavoro, ma è essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni in relazione alla qualità delle scelte effettuate.

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2 Risposte to “Nepotismo e Pubblica Amministrazione”

  1. or 10 luglio 2009 a 08:03 #

    Sono d’accordo: benissimo sulle responsabilità dei dirigenti pubblici. Da qualche parte bisogna pure cominciare. Però
    1) i posti delle micro fondazioni e dei consigli di amministrazione tra l’altro ben pagati non sono individuati dai dirigenti pubblici. Così ci tocca vedere il partito x sdegnatissimo per la nomina da parte del partito y della figlia di un senatore, quando la persona giusta sarebbe invece il figlio di un ex presidente di banca…
    2) i dirigenti pubblici devono fare per forza gli eroi? Se tutto intorno funziona in un certo modo, opporsi significa questo: mettere per iscritto, denunciare, farsi dimettere. E le occasioni per farlo, nelle amministrazioni “migliori”, sono almeno quotidiane. Non mi riferisco a episodi macroscopi, ma ad una certa “cultura aziendale”. Schiena diritta va bene, ma se la maggior parte dei cittadini è indifferente (vedi 1), il resto della classe dirigente è quello che è (vedi 1)
    perchè la responsabilità deve essere addossata solo ad alcuni?
    Sarà perchè appartengo alla categoria, sarà perchè ho un mutuo da pagare perciò ho meno coraggio, sarà per l’effetto dei libri di Baugman ma la mia idea è che la questione sia più ampia e legata ad un mix di individualismo sfrenato, responsabilità del singolo e non sociale se non si raggiungono certi risultati (se non hai un lavoro sei tu che non sei adeguato e non invece un “sistema” che non dà lavoro a tutti), ovvia paura e conseguente compiacenza verso i leader per non essere esclusi. Un problema molto più generale e che si può affrontare solo con la consapevolezza ed un cambio di marcia di molti. Altrimenti si finisce solo per metterci ancora una volta la toppa.
    Quindi, va bene, ma non sarà questa la soluzione nè una soluzione ai problemi della p.a.

  2. mufasa 10 luglio 2009 a 08:16 #

    nel mio piccolo ricordo che una decina di anni fa serviva una raccomandazione anche per partecipare al solo concorso ad una ben nota banca locale (ed oggi posso dire per fortuna non l’avevo). oggi sempre, sempre nel mio piccolo, posso testimoniare che serve un qualcosa in più anche per cambiare lavoro nelle cosiddette “categorie protette” inquanto se il sistema ti ha “piazzato” ti devi accontentare per la vita… e di questi tempi cara grazia che ti hanno piazzato, con buona pace di ciò che sai fare e di come lo fai… anche questa è un occasione mancata di meritocrazia.

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