Archivio | luglio, 2009

Napoleone (la sua concezione dell’amministrazione) sbarca in Sicilia

31 Lug

La notizia, apparsa sul “Sole 24 ore” di mercoledì, è di quelle che colpiscono: “Modello ENA per i dirigenti siciliani“. Ma per comprenderne appieno il significato e la portata bisogna sapere due cose, la prima è cos’è, l’ENA e la  seconda è come è composta la dirigenza siciliana.

La sigla ENA vuole dire Ecole nationale d’administration è un’istituzione prestigiosissima in Francia e conosciuta in tutto il mondo, voluta nel 1945 da Charles De Gaulle (ma il cui modello va rinvenuto nel solido impianto amministrativodi stampo napoleonico) per formare la nuova classe dirigente del Paese. All’ENA si accede attraverso una rigida selezione meritocratica (mediamente solo il 3 per cento delle candidature si trasformano in accessi alla scuola); tra gli obiettivi dell’ENA vi è infatti quello di formare una dirigenza con fortibasi gestionali a livello centrale fondata unicamente su criteri  orientati al merito ed alle competenze (una reazione alla deriva cooptativa operata dal governo collaborazionista di Vichy).

Per capire invece cos’è la Pubblica Amministrazione siciliana, invece, può essere utile un articolo apparso sul “Il Corriere” a firma di Gian Antonio Stella il 28 aprile scorso. Nel pezzo si traccia un quadro impietoso della dirigenza del nostro Paese partendo proprio da un episodio di ennesimo spreco proveniente dall’isola. Per i dettagli vi rimando al pezzo, intitolato “Ecco cinquecento dirigenti in più per la Regione siciliana” nel quale si legge che la Regione Sicilia ha, solo nel settore dei Beni Culturali, 770 dirigenti, il triplo dell’intero parco dirigenziale della Regione Lombardia! Racconta Gian Antonio Stella che con la nuova infornata si passerà da un rapporto di un “colonnello” ogni 8,4 “soldati semplici” a uno ogni 5 circa!

A proposito di questo proliferare di alti graduati che ricorda tanto le “Repubbliche delle banane” del Centro America ecco cosa scriveva la  sezione siciliana della Corte dei Conti nel suo rapporto del 2008: «I dipendenti a carico del bilancio regionale raggiungono la notevole cifra di 21.104 unità (erano 20.781 nel 2006), di cui 2.320 dirigenti (erano 2.150 nel 2005, anno a cui risale l’ ultimo rilevamento nazionale pubblicato in tabella), con un rapporto di un dirigente ogni 8,4 dipendenti. Il confronto con altre realtà regionali è improponibile sol che si consideri che in Sicilia vi è un dipendente ogni 239 abitanti, in Lombardia uno ogni 2.500 lombardi»

Per giustificarsi in questi casi si tira sempre fuori il caso della peculiarità e dell’autonomia del territorio siciliano; non si capisce allora come mai il modello formativo scelto sia il più centralista in assoluto a livello europeo, quando non mondiale! Quello, pur prestigioso, dell’ENA francese. Un modello che, con l’avvento dell’era Sarkozy,  pare essere entrato in crisi nella sua stessa terra d’origine.

Insomma “importare” un modello formativo che si fonda su assunto esclusivamente meritocratico nel paese dei favori e delle clientele sarebbe come fa indossare agli “umarells” bolognesi una maglia con la scritta “The doctor” e una cappellino con il numero 46, fissare con le mollette una cartolina tra i raggi della bicicletta e farci credere che sono Valentino Rossi!

Allora, vuoi vedere che anche con i modelli formativi in difficoltà si fa come le linee di produzione obsolete: le si esporta nei paesi del “terzo mondo”. Me li vedo già centinaia di dirigenti siciliani affollare le linee aeree Palermo-Parigi e tornare con le loro belle “Tour Eiffel” nella boccia con la neve!

Se le cose stessero così, tanto di cappello al direttore delle relazioni internazionali dell’ENA, Philippe Bastelica! E poi ci si chiede come mai la Francia abbia superato di gran lunga l’Italia per flussi turistici!

Legge di Conway: In ogni organizzazione c’è sempre una persona che sa esattamente che cosa succede. Questa persona deve essere licenziata.

29 Lug

La legge di Conway richiamata nel titolo del post vale,  in genere, a tutti i sistemi organizzativi ma trova la sua massima espressione quando applicata al settore Pubblico, nel quale domina il principio dell'”irresponsabilità” personale.

Nello spreco dilagante, quando un organizzazione ha smarrito i suoi fini originari per inseguire le sirene del guadagno personale, del consenso, della lotta di potere, chi tenta di portare l’organizzazione alla sua missione principale di erogare servizi viene messo da parte.

Ecco, nel marasma generale della sanità campana, la piccola storia di Domenico Forziati, napoletano di 58 anni, direttore dell’unità operativa di salute mentale presso l’ospedale Gesù e Maria di Napoli dal 2001 al 2006.

Il buon Domenico si era messo in testa di ottimizzare le risorse a sua disposizione, a cominciare da quelle umane, tagliando i “rami secchi” dell’organizzazione che rientrava sotto la sua responsabilità, un esempio per tutti riportato da Luisa Maradei su “L’antefatto quotidiano” dello scorso 27 luglio: “elimina il turno di notte per sei infermieri, in servizio solo per chiamare il medico reperibile in caso di necessità. Forziati pensa: “Perché non fornire il numero del primario direttamente al 118 e utilizzare i sei infermieri la mattina, in ambulatorio quando ce n’è più bisogno?”. Detto fatto. Gli infermieri perdono i quattro giorni di riposo settimanale a cui hanno diritto coprendo il turno di notte (e quindi la possibilità di svolgere altri lavori in nero, come spesso è accaduto) e cominciano a fargli la guerra. Forziati diventa scomodo e inviso ai vertici dell’Asl che non vogliono rischiare di perdere un così fedele bacino elettorale, alimentato a suon di indennità in busta paga”.

Continua il racconto della Maradei: Forziati travalica il confine quando toglie l’indennità ex articolo 44 del contratto nazionale ai suoi infermieri. Una cifra forfettaria di 1500 euro all’anno riservata solo a chi lavora in ospedale e in particolari reparti (dialisi, rianimazione, terapia intensiva) che invece viene corrisposta a pioggia, a tutti. Per il Robin Hood della sanità campana è la fine: il direttore del dipartimento Fausto Rossano , con un ordine di servizio, gli impone di applicare l’indennità ex articolo 44. Forziati si rifiuta e, per questo, gli viene tolta la delega al personale, di fatto è esautorato.

La vicenda ospedaliera di Domenico si chiude nel 2006 quando viene licenziato. Inizia da lì un nuovo calvario fatto di carte bollate che dopo l’impugnazione del licenziamento prosegue in tribunale. Nel 2007 Domenico viene reintegrato nel suo lavoro e l’ASL costretta a pagargli, tra stipendio e spese legali circa 300 mila euro, ma sebbene diffidata, non ottempera e si va in appello, prima udienza fissata nel 2011!

Probabilmente il caso di Domenico è un caso limite ma è anche la cartina di tornasole di un sistema “malato”, di una Pubblica Amministrazione che ha smarrito le logiche organizzative per cui è nata, prendersi cura dei cittadini, non limitandosi a i compiti primari dello stato dell’ottocento (difesa dal nemico esterno e mantenimento dell’ordine interno) ma facendosi carico anche di altri aspetti della vita di tutti i giorni: la sanità, l’assistenza, la previdenza, l’ambiente, ecc… ecc… fino ad allora semplicemente lasciati al caso o alla carità individuale.

EMISSION ZERO: un “cappotto” per l’inverno, ma anche per l’estate

23 Lug

Mica sono tutte rose e fiori, riprogettare energeticamente un edificio non è una cosa che si improvvisa, non c’è “una soluzione”, ma tanti interventi, ognuno dei quali porta la sua fetta di risparmio e ha dei costi. Il “giochino” è calcolare il rapporto costi-benefici in relazione alle proprie disponibilità.

Ad esempio, isolando il solaio o il tetto si può generare un risparmio del 17%, del 25% facendo un intervento analogo sui muri perimetrali, serramenti adatti possono consentire un risparmio del 13%, mentre un sistema di ricambio dell’aria non lasciato all’improvvisazione della massaia che al mattino spalanca tutto e sprimaccia i cuscini, fa risparmiare il 10%. Seguono, in ordine di importanza allineati attorno al 9% le perdite dal pavimento, quelle legate a diseconomie dell’impianto termico, quelle per un uso irrazionale dell’elettricità e la produzione di acqua calda per uso sanitario. (FONTE: http://www.minergie.ch)

Siamo partiti dunque dal “bersaglio grosso”, così, anche se la casa è stata costruita in un materiale, per l’epoca (1992) già coibentante, abbiamo pensato al “cappotto”.

Il “cappotto” può essere di vari materiali naturali (sughero, lana di roccia, fibra di cellulosa, ecc…) o sintetici ( il polistirolo e i suoi cugini maggiori). Su quale sia meglio e sui vantaggi e svantaggi di ciascuno si potrebbe scrivere un “trattato” ma non è questa la sede. In ogni caso qualunque sia il materiale scelto si devono superare dei problemi legati allo spessore che si aggiunge ai muri perimetrali. Abbiamo valutato una serie di ipotesi, da quella più impegnativa (20 centimetri di fibra di cellulosa) ma avrebbe fatto assomigliare la casa ad un contenitore termico, a quelle “slim” che permettevano di non intervenire sulle soglie esistenti, ma realizzando risparmi poco significativi. La scelta è caduta su pannelli di sughero biondo dello spessore di 10 cm.

PICT0020Occorrerà tuttavia intervenire sulle soglie delle finestre prevediamo tre possibilità:

  1. spostarle, smontando il serramento, già dotato di doppi vetri atermici, ancora in perfetto stato, che vi è appoggiato sopra (se questo non si danneggia)
  2. aggiungere un “pezzetto all’esterno della lunghezza della coibentazione aggiunta per riportare l’effetto finale ( in questo caso non risolvendo il problema del “ponte termico” generato da una soglia che per un errore di costruzione arriva fino a filo del muro interno
  3. ricoprirle con una soglia più sottile, separata dalla prima da uno strato di materiale isolante ( risolvendo solo parzialmente il problema di cui al punto precedente).PIE_78

SDC10035C’è poi il problema del “gelsomino” e del “limone” che prosperano addossati alla parete sud della casa  il primo dei quali ormai oltre 16 anni fa ha “traslocato” con noi dalla vecchia abitazione e, si può proprio dire, che come noi “ha messo radici”.

Prevedo di potarli severamente tra qualche giorno, poi di staccarli dal muro addossandoli all’albero di fronte o stendendoli sul prato per consentire il montaggio del ponteggio. L’applicazione del cappotto dovrà poi prevedere una “licenza” che veda l’assottigliamento del suo spessore vicino al “colletto” delle piante, quando questo non sia sufficientemente staccato dal muro.

PICT0019PICT0022Ci sono poi i problemi come le tende da sole del terrazzo, che andranno tolte e rimesse con appositi tasselli chimici che si ancorano al cemento anche quando questo sia stato coperto dallo strato di 10 cm di sughero. Per finire parlando delle imposte, delle tende e delle zanzariere delle camere che dovranno essere tutte quante tolte, riposizionate e, in qualche caso, adattate ai nuovi spazi. Insomma, una bella “grana”.

Per fortuna ci saranno anche una serie di vantaggi addizionali rispetto al solo risparmio energetico, come, ad esempio, l’eliminazione di tutti i ponti termici. Quindi oltre alle soglie che mi “pescavano” il freddo dall’esterno trasportandolo in casa e facendo condensare su di esse l’aria più calda e umida dell’appartamento, PICT0017potrò finalmente farla finita con lo stesso inconveniente causato dalla “corea” del tetto.  Quest’ultima, gettata in cemento tradizionale, dotato di maggiore conduttività di quello “cellulare” usato per i muri, ed essendo insufficiente l’isolamento a suo tempo applicato, periodicamente ha bisogno di qualche intervento per togliere le tracce di muffa che tendono a formarsi specialmente in corrispondenza degli angoli e nei punti in cui si concentrava la traspirazione delle piante d’appartamento più grandi.

Anche se di questi tempi un po’ tutti i “gessisti”, gli “stuccatori”, le ditte che si occupano di controsoffitti, si stanno convertendo al risparmio energetico noi abbiamo, dopo attente valutazioni,  deciso di rivolgerci ad una ditta specializzata il cui intervento finito abbiamo potuto valutare a casa degli amici Roberta e Sandro.

Linko un ricordo di Montanelli, profetico annunciatore del degrado di un Paese,  curato, a otto anni dalla sua scomparsa del grande giornalista, da Marco Travaglio .

La Pubblica Aministrazione “spiegata” ai miei compagni di basket

20 Lug

Tempo fa ho raccontato in un post il mio imbarazzo quando dico che lavoro nella Pubblica Amministrazione. Di solito sono per questo bersaglio di battutine del tipo “Tu cosa c’entri, stiamo parlando di lavoro …” che io cerco di sdrammatizzare dicendo: ” Ma anche io faccio qualcosa di proficuo, coltivo l’orto”.

Recentemente ero a cena con i miei nuovi compagni di “palla a spicchi” (da quando ho smesso di giocare nei campionati federali sto praticando una “terapia scalare” con un gruppo di compagni con i quali partecipiamo ai tornei over 40) e si è accennato agli strepitosi successi ottenuti dal “ministro tascabile”  per la pubblica amministrazione e l’innovazione Brunetta. Mi è subito venuto da pensare che, per ottenere dei risultati così eclatanti in pochi mesi, la situazione di partenza doveva essere veramente allo sbando. Per usare una metafora mi viene in mente una conduttura rotta, che perde acqua a fiotti, se io premo la la falla con le mani e magari ci lego intorno uno straccio, ottengo subito dei risultati eclatanti, diciamo che recupero subito il 38% dell’acqua che prima andava persa (corrispondente per puro caso alla riduzione dell’assenteismo operata dalla riforma Brunetta).

Il problema vero è tuttavia rispondere alla domanda: “L’acqua che ho recuperato, produce utilità per la collettività?” In altre parole se io riesco a “costringere” un impiegato pubblico a presentarsi in ufficio e questo passa il tempo a fissare un puntino sul muro, per u motivi più vari: nessuno gli assegna un lavoro, non è capace di fare nulla, non ha voglia e si sente “vittima di un complotto”, non si è mai aggiornato, adeguantosi all’evoluzione delle tecnologie (ICT), non esiste un efficace organizzazione del lavoro, nessuno si assume della responsabilità e compagnia cantante … serve poco avere messo una pezza al tubo.

Vediamo di tradurre quanto detto fin ora in termini cestistici. Mettiamo che io sia un allenatore di una squadra di basket di periferia, la mia società non può pagare stipendi interessanti, quando va bene saltano fuori dei “rimborsi spese”, di fare delle selezioni rigorose “appetibili” per le giovani leve del circondario non se ne parla, quindi io mi trovo a dover lavorare con dei giocatori che vengono ad occupare il proprio tempo libero. Siamo a settembre e per una sorta di “magia” ho il potere di “costringere” tutti a venire a fare la preparazione atletica. Noi che abbiamo giocato e che continuiamo tenacemente a farlo sappiamo che la preparazione pre campionato è uno dei momenti più difficili per chi deve allenare una squadra, palloni se ne vedono pochi e la fatica di rimettersi al lavoro è tanta.

I giocatori non sono pagati, ricevono tutti lo stesso pourboire, non c’è modo di incentivarli economicamente differenziando gli stipendi. Se sono un bravo “motivatore” alterno la fatica al divertimento, riesco a dare delle prospettive, cerco la coesione del gruppo, mi “metto in gioco”, indosso pantaloncini e maglietta e “sudo” con loro, comando saldamente ma fornisco delle spiegazioni per far comprendere loro il senso del lavoro che stiamo facendo insieme, probabilmente otterrò dei risultati, altrimenti mi troverò sempre a dover gestire delle presenze “inutili”.

Come un bravo allenatore, un dirigente, si pubblico che privato,  ha a disposizione una squadra, qualche giocatore è più dotato, altri meno, ma lui deve saper gestire il gruppo al completo. Non mi serve a nulla che Tizio mi faccia 40 punti a partita, se Caio e Sempronio non vedono un pallone. Se tutti e tre realizzassero 15 punti a testa il risultato di squadra sarebbe migliore e magari i 5 punti in più mi basterebbero per vincere la partita. Mi serve a poco migliorare la performance individuale (figuriamoci la sola presenza) se non riesco a generare un “salto di qualità” alla performance collettiva.

Spirito competitivo e al tempo stesso collaborativo è quello che mi hanno insegnato gli ormai quasi 40 anni di basket, estro, fantasia, assunzione di responsabilità, anche protagonismo, ma sempre in sintonia con una squadra affiatata, anche fuori dal campo, come l’altra sera, appunto. Grazie ragazzi.

M5 cirano

I LEONI DI CASTELLEONE

16 Lug

Ormai è ufficiale, tutti i media me parlano, la notizia non può essere ulteriormente tenuta riservata. Si svolgerà nella remota frazione di San Latino, nel comune di Castelleone (CR) l’atto finale del primo campo estivo Jazz & Basket di Perugia.

I “vecchi leoni”, ancora perfettamente ruggenti, sacrificheranno un bufalo e lo arrostiranno per una pantagruelica grigliata. In effetti si pensa più ad “una bufala” perchè non è ancora sicura la presenza di Charlie Yelverton e del suo sax di ritorno dal camp perugino.

Charlie jazzJPGIl campione a stelle e strisce,  ora apprezzato musicuista jazz, già stella Portland Trail Blazers, da cui fu costretto a mollare anzitempo per la sua simpatia per le “pantere nere“, quindi uomo di punta di Varese, Brescia e della Federale di Lugano, invitato per il concerto, ha fatto sapere di non voler essere da meno di Michael Jackson che ha annullato il suo tour in Europa, anche se intende ricorrere a motivazioni meno radicali.

L’organizzazione “Amici dei grandi felini”, in relazione alla location dell’evento, sta pensando ad una sostituzione per il concerto con l’ingaggio della “Tigre di Cremona” ma i bene informati dicono che non si aggiri più da tempo da queste parti e che viva seminascosta in Svizzera.

In alternativa si è anche pensato alla “Pantera di Goro” ma in fondo gli amici della palla a spicchi non disperano di avere tra loro la barbuta guardia-sax americana.

casiniL’evento, di respiro internazionale, è stato organizzato dall’amico e compagno di mille partite “Figu” per celebrare la vittoria nella battaglia legale contro Pier Ferdinando Casini che aveva utilizzato, senza autorizzazione,  il claim “Io centro” nella sua campagna elettorale.

“Non è una questione politica” ha dichiarato “Figu” uscito dall’aula del tribunale “tutti sanno che il ruolo di centro nella squadra è sempre stato mio”.

La kermesse, innaffiata dai vini della fornitissima cantina di “Figu”, si concluderà con l’asta benefica dei cimeli del basket leonino, pezzi unici,  direttamente dalla storia dei palazzetti di mezza Italia, tutti accompagnati da certificato di garanzia.

cirano

L’importanza della memoria

13 Lug

Leggete questo passo:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.

Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.

Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.

Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.

Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.

I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.

(Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli StatiUniti, Ottobre 1912).

La relazione così prosegue:

“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Claudio mi  aveva mandato il 18 maggio il testo che avete appena letto, ora me lo ha inviato anche Giovanni, è citato nell’ultimo libro di Marco AimeLa macchia della razza” (da non perdere NdR)  presentato in occasione del festival “Letteraltura” tenutosi a Verbania il mese scorso.

Insomma rischio di fare eco ad una cosa già sentita, ma è molto importante, in momenti di chiusura come quello che stiamo vivendo, ricordare come eravamo meno di un secolo fa e come venivamo visti, noi italiani, nel Paese nel quale molti dei nostri nonni hanno trovato un futuro ed una possibilità di riscatto dalla povertà e dalla fame.

Ricordare l’ieri, è dunque il miglior modo per capire l’oggi e costruire il domani.

A proposito di “domani” non troverete nessun mio post sulla rete. Anche Cirano aderisce allo sciopero dei bloggers contro il bavaglio che vorrebbe imporre la legge Alfano a questo tipo di comunicazione. Per maggiori informazioni clicca qui.

Nepotismo e Pubblica Amministrazione

10 Lug

Sul giornale economico on line “la voce.info” è apparso un interessante articolo dall’eloquente titolo “Il posto pubblico? Si eredita” che mette in luce la correlazione del rinnovo generazionale nell’occupazione di posti di lavoro pubblici. Lascio a chi è interessato la lettura del pezzo, in questa sede desidero solo mettere in luce alcuni aspetti:

  1. l’influenza nell’inserimento in un posto di lavoro pubblico risulta essere minore per i figli che hanno ottenuto buone prestazioni all’università (e viceversa) Della serie: “Sei ciuccio, te lo trovo io una bella sedia da scaldare”.
  2. Il legame indagato si mostra più forte al Sud piuttosto che al Nord
  3. L’inserimento della propria discendenza nel “posto di lavoro sicuro” è molto legato al luogo di lavoro del genitore, il che sembra rafforzare il legame con la “raccomandazione”.
  4. Non si tratta solo di lavoro pubblico ma il fenomeno deteriore osservato riguarda tutta la gestione della cosa pubblica dall’accesso alla carriera accademica, ai politici che assicurano lauti incarichi ai familiari o le assunzioni clientelari alla Rai. Fino all’occupazione nepotistica della presidenza della presidenza di minuscole fondazioni bancarie di periferia che dovrebbero essere dedite ad interventi di “imparziale beneficenza”.

Lascio alle parole dell’autore dell’articolo la conclusione  che descrive l’impatto che un tale sistema, purtroppo generalizzato,  sul funzionamento della cosa pubblica e sulle responsabilità di coloro che vi operano ai diversi livelli:

Il nepotismo rappresenta un fallimento della meritocrazia: oltre a essere fonte di iniquità, produce rilevanti costi per le organizzazioni pubbliche, costrette a impiegare lavoratori meno competenti ma “connessi”, e disincentiva i migliori a investire risorse per l’accesso a tali occupazioni.
Una delle principali cause di questo fenomeno va rintracciata negli schemi retributivi adottati nel pubblico impiego, in particolare nel fatto che generalmente i dirigenti o responsabili non sopportano economicamente le conseguenze delle scelte effettuate nelle selezioni pubbliche: se si assume il figlio incompetente del proprio collega si ottengono favori/tangenti/riconoscenza/lealtà da parte di quest’ultimo, ma praticamente nessuna penalizzazione in termini di minore remunerazione, nonostante l’organizzazione registri performance peggiori come conseguenza delle cattive selezioni. D’altra parte, la scarsa presenza di meccanismi retributivi incentivanti non penalizza nemmeno il “raccomandato” anche se svolgerà male il suo lavoro.
La riforma della pubblica amministrazione verso una più diffusa adozione di remunerazioni legate alla performance potrebbe contribuire al miglioramento della selezione della forza lavoro, ma è essenziale un meccanismo che premi o penalizzi economicamente i responsabili delle selezioni in relazione alla qualità delle scelte effettuate.