Archive | gennaio, 2009

Rendite da pubblico impiego

30 Gen

Scrivere un post che tratta di questioni economiche in poche righe è difficile, oltretutto la materia è controversa, ha a che fare con l’ormai incancrenita “questione meridionale” e si rischia di essere fraintesi, ma la serie di articoli apparsi sul sito “noiseFromAmerika” mi hanno spinto a provarci. Rimando ai link originali per gli approfondimenti e espongo in “pillole”:

La notizia. Un articolo del Corriere della Sera denunzia che al Sud molte scuole private non pagano i propri docenti (o li pagano pochissimo) questi rinunziano allo stipendio pur di acquisire punteggi e scalare posti in graduatoria per diventare dopo qualche anno “docenti di ruolo” nella scuola statale.

Il sistema. Esiste tutta una rete di complicità in base alla quale i titolari di scuole private traggono enormi benefici dal “lavoro gratuito” degli insegnanti, i quali, a loro volta, si avvantaggiano della possibilità di trovare in futuro, vicino a casa un lavoro (pubblico) retribuito ben oltre la media degli stipendi del Sud.

L’analisi economica. Esiste, in particolare al Sud, una “rendita da pubblico impiego”, cioè un particolare vantaggio per chi lavora nel settore pubblico, in termini di maggiore resa economica rispetto al lavoro privato e al costo della vita, di stabilità, di prestigio, ecc… che spinge verso comportamenti clientelari, quando non illegali, che avvantaggiano la “Casta” e le lobbies che questa rappresenta.

La proposta. Per recidere il rapporto tra “Casta” e clientele viene esposta  una serie di misure draconiane, anche se, almeno in linea teorica, condivisibili. Difficile tuttavia appare la possibilità di misurarne gli effetti in maniera aprioristica. Interventi tanto duri hanno spinto un lettore a definirle come “sparare su Bambi”.

Rinvio alla lettura del post originario per gli approfondimenti.

Il Panettone e la Resistenza

27 Gen

A Natale da bambino c’era il “Panettone”, potevi cambiare la marca, “Motta” o “Alemagna”, oppure andare a prenderlo dal fornaio sotto casa ma il panettone era sempre lo stesso. Il panettone era il panettone!

Poi hanno iniziato a metterci dentro di tutto, pezzettini di cioccolato, creme al limoncello, mousse di cacao del Borneo e il panettone non è più il panettone. Nella stragrande maggioranza dei casi fa schifo. Se vuoi il solito panettone lo puoi ancora trovare (rappresenta una minoranza) ma, quanto meno, devi aggiungere un aggettivo, di solito “classico” o tradizionale” per farti capire.

Apprendo dagli amici del blog “noiseFromAmerika” che in commissione difesa della Camera dei Deputati è iniziata la discussione del disegno di legge n. 1360 per istituire l'”ordine del tricolore“. In pratica si vorrebbe istituire una sorta di onoreficenza unica per concedere  “la pari dignità di una partecipazione al conflitto di molti combattenti, giovani e meno giovani, cresciuti nella temperie culturale guerriera e imperiale del ventennio, che ritennero onorevole la scelta a difesa del regime ferito e languente”. TUTTI NEL PANETTONE!

Se passa questa logica saremo costretti in futuro ad aggiungere un aggettivo qualificativo alla Resistenza, proprio come il panettone: “Classico” o “Tradizionale”.

Lontano dunque dalla retorica delle celebrazioni ufficiali voglio riportare la storia minima raccontata da una signora di Ancona riportata dal notaio Sabino Patruno per il sito dei nostri amici che ci osservano da oltre oceano:

Questa storia me la ha raccontata una gentile signora di più di ottanta anni, che è venuta una mese fa nel mio studio perchè aveva bisogno di una dichiarazione giurata. Occorre sapere che lo stato italiano, con una legge del 1980, ha deciso di tutelare i perseguitati razziali del periodo fascista, concedendo loro un assegno vitalizio. Tra i vari documenti che la burocrazie richiede, c’è anche una dichiarazione che deve essere resa da coloro che possono dare testimonianza delle persecuzioni subite e che deve essere giurata in Tribunale o davanti ad un notaio,.

Ecco dunque la ragione per la quale la signora era nel mio studio ed ecco dunque, per come l’ho appresa, una piccola tessera dell’immenso e tragico mosaico della Shoah.

È la storia di una signora che chiameremo Laura, che nel 1938 aveva quattordici anni e che dopo aver frequentato l’avviamento professionale voleva iniziare il mestiere di sarta. Laura, con i suoi tre fratelli, viveva ad Ancona dove il padre, che aveva combattuto nella Grande Guerra venendo anche decorato, faceva l’ambulante.

Il problema di Laura è che è di religione ebraica e questo, nell’Italia del 1938 era diventato una colpa: con l’arrivo delle leggi razziali la licenza di commercio del padre venne revocata, con ciò mettendo la famiglia sul lastrico. Le sartorie “ariane” di Ancona rifiutarono di dare un lavoro alla ragazzina ebrea e Laura dovette anche smettere di frequentare le sue coetanee, con le quali aveva seguito l’avviamento professionale, dato che, loro, un lavoro erano state in grado di trovarlo. Anche il resto della famiglia dovette adeguarsi: un fratello che frequentava il secondo anno dell’istituto nautico fu costretto a lasciare la scuola pubblica e la sorella di otto anni dovette frequentare i corsi privati organizzati dalla comunità ebraica, mentre il fratello più piccolo, di appena quattro anni, fu espulso dall’asilo comunale.

Dall’oggi al domani, quindi, la tranquilla vita di una famiglia come tante si trasformò nell’incubo della persecuzione: nessun lavoro per il padre, nessuna possibilità di lavorare per Laura, nessuna scuola per i fratelli e questo per sette anni, sino all’ottobre del 1943, quando le cose peggiorarono, dato che iniziarono anche le retate dei fascisti repubblichini, i quali consegnavano gli ebrei ai nazisti, che li deportavano nei campi di sterminio.

Lauretta fu così costretta a lasciare precipitosamente la sua casa e con tutta la sua famiglia, sino all’arrivo degli alleati nel 1944, trovò rifugio a Porto Recanati, dove fu ospitata e nascosta da una famiglia di “ariani” del luogo, con la complicità dei vicini che sapevano e non denunciarono.
Non è una storia particolarmente avvincente, non ci sono episodi di eroismo, sparatorie, fughe nella notte, non c’è nessun diario dalle parole toccanti: è solo una banale storia di persecuzione, all’interno di un male banale ed assoluto, che ci ricorda però che qualcuno, posto di fronte alle scelte di una vita, scelse di fare la cosa giusta, decidendo, a proprio rischio e pericolo, di dare ospitalità ad una famiglia di ebrei in fuga, mentre qualcun altro decise di stare con coloro che a quegli ebrei davano la caccia.

La signora Laura, alla fine, la sarta l’ha fatta per davvero, si è sposata, ha avuto dei figli e dei nipoti, uno dei quali l’ha pure accompagnata nel mio studio e mentre lei raccontava di persecuzioni e crimini, lui giocava con suo game-boy ed era felice.

Nella giornata della memoria, per non cedere agli stordimenti della retorica, per non dimenticare davvero!

TOMPOMA

26 Gen

Ha un nome inconsueto, ma anche questo post è della serie “Promo mai Prono” ed è dunque una bieca marchetta!

Una marchetta che ha dell’assurdo, a cominciare dal nome “Tompoma”, che non vuol dire una beata fava!

La seconda cosa assurda è che uno che è nato con una con una gamba più corta, (mica una roba di tacchi alla Silvio) ma la metà dell’altra, debba andare in cima al Monte Rosa con le stampelle.

Ma chi non ha mai fatto cose assurde. Io ad esempio ricordo che facevo la gara con gli amici a chi pisciava più lungo, sembra una cosa assurda vero!? Ora uno dei miei “competitors” mi ha raccontato che ha fatto lo stesso gioco tra gli esami per misurare la funzionalità della prostata, la chiamano Uroflussometria e rientra nel campo dell’Urodinamica. E chi lo sapeva che eravamo scienziati quando pisciavamo controvento!

Ma torniamo al nostro “Tompoma”, guardate il filmato e giudicate voi se è una cazzata o una forma di espressione.

Questa o quella per ma pari sono (Rigoletto)

22 Gen

Nel post precedente ho compiuto l’acrobazia di citare Voltaire parlando di Zornitta, ci poteva stare. Ora rilancio, raccontandovi un fatto (vero, come sempre) che specula sulla tesi che filosofia e medicina, in fondo, siano la stessa cosa.

Vorrei con questo fattarello riscattare tutti coloro che, studiando pur con profitto discipline umanistiche, sono sempre stati messi in un angolo dai loro amici che studiavano ingegneria, medicina, matematica, con ragionamenti che suonavono più o meno così: “Che culo che hai quando devi dare un esame, delle cose che dici una vale l’altra, basta sostenere con convinzione una tesi e il diciotto è assicurato”. Seguivano le lodi per la propria fatica, impegno, sofferenza, abnegazione, ecc…

Passiamo ai fatti ora! Anche se per taluni potrà sembrare strano anche Cirano ha a che fare con i cosiddetti “denti del giudizio”, in particolare con due che chiameremo: dell’emisfero nord e dell’emisfero sud.

Il dente dell’emisfero nord era più introverso, riservato, chiuso in sé non voleva uscire, avere contatti con gli altri, gli piacevano i film di Ingmar Bergman, di introspezione. Nella sua crescita però era egoista, non si curava dei suoi vicini e arrecava loro dei danni. Per questo motivo è stato suicidato alcuni mesi fa.

Il dente dell’emisfero sud è di tutt’altro carattere, estroverso, latino, invadente! Sempre pronto a “masticare”  ogni cosa che gli capita a tiro (un po’ socialista di ispirazione craxiana in questo). Vale per lui uno dei peggiori insulti che su usavano tra le bande di quartiere di quando ero ragazzo, il secondo in ordine di ingiuria, (utilizzato quando non si volevano coinvolgere le mamme) che esprimerei eufemisticamente nel seguente modo “I meridionali si lavano a fatica!”. Ma per lui è una questione di posizione, non di indole.

Succede che il dente del giudizio meridionale  dà dei problemi, s’infiamma, mi costringe a qualche giorno di antibiotico. Vado dal dentista che mi consiglia di fare una panoramica e mi invita, vista la precedente avventura con il dente dell’emisfero nord, a sottopormi ad una visita di chirurgia maxillo facciale.

Esito della visita: il dente è assolutamente da togliere! E’ solo parzialmente emerso, in una posizione impossibile da raggiungere con la pulizia, darà sempre problemi. “Vede anche lei in questa immagine” dice il Maxillo in una immagine che mi fa solo capire come sarò dopo la morte. Annuisco più per galateo che per convinzione. Siccome ho avuto già un episodio infiammatorio vengo dunque messo un una lista di “urgenze”. Questo accadeva dello scorso mese di ottobre.

Dal momento che di urgenze si può morire ho deciso dunque qualche giorno fa di andare a fare un’altra visita, da un secondo chirurgo maxillo facciale. Il medico prima di guardarmi in bocca esplora il foglio di plastica di colore nero con il mio cranio da morto e bofonchia. Poi mi apre la bocca e “ravana” l’imputato con un ferro del mestiere. Guarda e “ravana” ancora un paio di volte e poi mi chiede: “Ma le balla?”  “Assolutamente no! “ rispondo “Allora perché lo vuole togliere?”. Racconto la storia del mio dentista ma evito elegantemente di mettere il professionista in contraddizione con quanto aveva sentenziato il primo chirurgo. Il verdetto è stato: “Il dente è sanissimo, che vediamo fra una decina d’anni!” (evidentemente si devono essere sparse notizie incontrollate sulle prossime modifiche al sistema pensionistico).

Conclusone che ci porta al titolo del post: non c’è alcuna distinzione tra le c.d. scienze esatte e quelle umanistiche se, affrontando uno stesso caso, nelle medesime condizioni, con gli stessi strumenti e le stesse informazioni si giunge a considerazioni diametralmente opposte.

Sapendo dunque che positivisti e sciamani sono animati dallo stesso spirito di improvvisazione dedico con affetto questo post alla mia amica Francesca il cui “stregone” ha deciso di operare al ginocchio.

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“È meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente.” (Voltaire)

19 Gen

Voltaire diceva già nel secolo dei lumiÈ meglio correre il rischio di salvare un colpevole piuttosto che condannare un innocente.

Mi è venuta in mente questa citazione pensando al caso di Elvio Zornitta; detto così il nome ai più non dice nulla, ma se lo si ricollega alla vicena di Unanomber, il misterioso attentatore che seminava ordigni nel Nord-Est è più facile ricordarsi il suo nome!

Zornitta è stato indagato per anni per un delitto odioso, una violenza cieca e gratuita che colpiva a caso chiunque si trovasse nelle vicinanze di un ordigno-esca!

E’ bene dirlo subito, la Procura della Repubblica di Trieste ha chiesto l’archiviazione del procedimento contro Zornitta. L’ingegnere friulano esce dunque di scena, portando con se il suo dolore e il suo sollievo, senza particolari clamori. Senza adombrare complotti, macchinazioni,   fumus persecutionis (che forse ne suo caso ci sono pure stati), senza ricusare i giudici,  senza arringare i media.

Certo, probabilmente non avrebbe potuto farlo né per ragioni economiche né di potere; però che lezione per la politica vederlo ieri in un intervista, finalmente sereno, rispondere alle domende coccolando il suo gatto.

Nuova occupazione dal turismo

16 Gen

Che il turismo rappresenti per l’Italia un sorta di “giacimento occupazionale”, per giunta non inquinante come il petrolio in Basilicata (non mi riferisco solo all’untuosità del prodotto estratto) è ormai risaputo e dimostrato dai trend di crescita dei flussi turistici a livello mondiale.

Tuttavia il nostro Paese è sceso col passar degli anni nelle classifiche mondiali per presenze turistiche:  nel tempo  è stato  superato dalla Francia, dalla Spagna, dagli  Stati Uniti e ora anche dalla Cina. Tutto ciò è un vero peccato perché, specialmente di questi tempi,  turismo vuole dire più che mai “occupazione”.

Ma noi non ci perdiamo d’animo perché nel 1993 abbiamo votato un referendum che ha abolito il Ministero del Turismo e dello Spettacolo, creando altrettanti “ministeri regionali” che non hanno potuto impedire che a livello centrale si creassero mostruosità come il portale nazionale del turismo ,costato oltre 45 milioni di euro e chiuso a gennaio dello scorso anno. Ma anche questa è “occupazione” che in qualche modo discende dal turismo (anche se  non necessariamente dai turisti).

L’ultimo artificio pirotecnico della burocrazia turistica ci viene regalato dalla procedura per l’apertura delle agenzie di viaggio. Chi vuole aprire un’agenzia infatti, oltre ad avere un’idoneità professionale, dei locali adatti e tutta una serie di altri requisiti, deve cercarsi un nome “originale” per la propria attività. Fino al mese di ottobre del 2008 esisteva a Roma presso il Dipartimento per lo sviluppo del turismo (questo è il nuovo nome che hanno dato al Ministro a seguito della sua “abolizione”) un ufficio dedicato a verificare che la denominazione scelta per una nuova agenzia di viaggio non fosse tale da ingenerare confusione nella clientela imitando un marchio già affermato.

Se Tizio quindi voleva aprire un’agenzia di viaggio doveva  comunicare alla Provincia (o all’azienda di promozione turistica a seconda di quanto dispongono le differenti leggi regionali) il nome prescelto questa a sua volta comunicava la denominazione al Ministero, pardon, Dipartimento, che diceva, “questo nome si, questo no” a seconda di quello che leggeva nel suo “grande libro dei nomi delle agenzie di viaggio”. Accadeva spesso che la procedura dovesse ripetersi, anche più volte perché alla risposta “questo non va bene” (ovviamente in burocratese stretto) comunicata alla Provincia  seguiva una nuova indicazione all’aspirante titolare di agenzia, quindi una nuova scelta e via di seguito. Tanto che col tempo si era instaurata una prassi in uso da tempo nel basket americano: ogni agenzia esprimeva una “prima scelta” e se non andava bene subito una seconda (di riserva) e magari anche una terza…

Da ottobre dello scorso anno l’ufficio per il controllo dei nomi di Roma non c’è più, forse avrebbero dovuto già abolirlo nel 1993 insieme al Ministero ma non l’hanno fatto (probabilmente attendendo il pensionamento dell’impiegato addetto) sta di fatto che non c’è più e da qualche mese e non è possibile dare un nome alle nuove agenzie!

In realtà dovrebbe esserci una procedura informatizzata che potrebbe consentire verifiche pressoché istantanee dei casi di omonimia o passibili di ingenerare confusione. Si chiama INFOTRAV, ma è inutile darsi pena, non funziona!

Ma ecco che viene in soccorso il genio italico generatore di occupazione: sostituire la comunicazione a Roma con 20 comunicazioni ad altrettante Regioni, nel frattempo divenute  ciascuna esclusivamente competente sulla materia, con tanto di modifica costituzionale del 2001! Un successo dal punto di vista occupazionale. 20 comunicazioni in luogo di una vogliono dire: 20 lettere raccomandate in uscita, 20 funzionari regionali “competenti” coinvolti, 20 lettere di risposta. Se una sola Regione dice che la denominazione è già stata prescelta ricomincia il valzer, di nuovo 20 lettere ecc… ecc… Il tutto senza che più nessuno aggiorni “il grande libro dei nomi “che un tempo era del Ministero che continuerà a giacere polveroso su qualche scaffale della Capitale.

Per favore c’è qualcuno in grado di dire alla Pubblica Amministrazione italiana che siamo entrati nell’era del Web 2.0, in cui perfino i cittadini producono contenuti che vengono condivisi in rete e non si capisce perchè non possa farlo una comunità ristretta di operatori pubblici?

La nuova “sparata” del Ministro Brunetta

12 Gen

E’ di ieri la nuova “sparata” del Ministro Brunetta, secondo il quale: «Il tornitore della Ferrari ha il sorriso e la dignità di dire al figlio il lavoro che fa, l’impiegato al catasto no» «Se uno ora fa il professore, il burocrate, l’impiegato al catasto, si vergogna».

Dove la tira fuori il Ministro questa boutade, degna di un grande statista… dal palco di «Neveazzurra» (la festa sulla neve di Forza Italia) a Roccaraso, frequentatissima da impiegati del catasto, professori, dipendenti pubblici in genere. Riformare la pubblica amministrazione con questi “petardi” è un po’ come allenare la propria squadra del cuore con le battute da bar.

Certamente è vero che ci sono pubblici dipendenti capaci e che si impegnano e altri che sono dei veri e propri fannulloni ma fino ad ora al di la delle battute non si è visto nulla di concreto per  separare il grano dalla pula, se si esclude appunto qualche battuta da bar per stimolare autonomi scatti d’orgoglio. Ci vuol altro Ministro!

Ci vogliono, ad esempio, strumenti di valutazione adeguati, che coinvolgano in primo luogo i dirigenti e che vengano estesi, con opportuni adattamenti, al restante personale. Ci vogliono risorse (vere) che premino la progettualità, l’innovazione, l’effettiva informatizzazione degli uffici (comprare computer ed usarli come macchine da scrivere sono capaci tutti).

Bisogna lavorare sulle “buone pratiche”, ci sono, occorre operare concretamente per diffonderle, creando le condizioni di lavoro perchè attecchiscano in contesti diversi (si pensi ad esempio all’esperienza del dott. Barbuto al tribunale di Torino).

Signor Ministro non bastano le sue “sparate” che mortificano genericamente gli operatori del catasto o i professori. E’ vero che sentono meno l’orgoglio d’impresa che non i dipendenti Ferrari, ma è anche vero che uscite di questo tipo non scalfiscono minimamente chi ha poca voglia di lavorare e che pensa quanto sia bello starsene rintanato al caldo piuttosto che lavorare in un bulloneria di Melegnano. Sai che se ne fanno dell’orgoglio d’impresa da quelle parti!