Dopo il precedente post, nel quale mi sono soffermato a “cazzeggiare” sul recupero della costa adriatica anziché raccontare di come era andata al torneo di Cesenatico sono stato seppellito di mail di protesta dei numerosissimi fan della squadra, in particolare delle assatanate groupies che mi chiedevano di relazionare sulla cronaca dei fatti. Eccomi dunque!
La qualificazione ai quarti si è giocata nelle tre partite del girone. Persa la prima con la fortissima Bologna, non ci rimaneva che l’obbligo di vincere le altre due per accedere ai quarti.
Ma veniamo al primo match. Dopo un viaggio apocalittico, durato 7/8 ore ci fiondiamo in campo ancora piegati in due dal sedile dell’auto. La partita è sempre lì, punto a punto, che si accende in ripetute fiammate di agonismo.

Che in campo non si scherza se ne accorge subito Lorenzo che, entrato per darmi il cambio, se ne esce dopo meno di 10 secondi con il labbro tagliato a causa di una gomitata.
Non tutti riescono a giungere in tempo per la partita, è il caso del giocatore di origine slavo-bergamasca Mirko (ritratto nella prima foto in un bel “rosa turistico”) che non potrà dare il suo apporto sotto le plance. La partita finirà dunque sotto di 5!
Il giorno dopo erano in programma due partite, bisognava vincerle entrambe se volevamo passare ai quarti di finale che si sarebbero svolti l’indomani.
Anche il tempo non induceva all’ottimismo ma, coach Angelo prende in mano la situazione e ordina il ritiro “in colonia” e il silenzio stampa, una frugale cena e a letto. La squadra doveva rimanere concentrata sulle partite! Alle ferree regole riesce a sfuggire una sparuta pattuglia di potapota che non si nega una pantagruelica grigliata in un ristorante consigliato da un gestore di bagni del posto.
Il giorno dopo il pubblico è aumentato, si è aggiunto anche Diego, un “pivottone” bergamasco, compagno di squadra dei rinforzi orobici, purtroppo al momento fuori gioco per problemi muscolari. Dopo una partita tiratissima e una bagarre finale, la prima, contro Milano, la portiamo a casa di un solo punto.
Mentre nella seconda con Macerata si ripete quello che è accaduto a Bologna, i nostri avversari crollano nel finale, sotto di 6. Dalla seconda giornata abbiamo dovuto fare a meno di Lorenzo che, rientrato dopo la botta al labbro è stato steso “definitivamente” da un colpo alla schiena e costretto a camminare tutto storto sostenuto da un ombrello, pur conservando sempre il suo buon umore. Ma alla fine un po’ tutti ricordavamo le “botte” di una celebre pubblicità della cera Grey a Carosello.
Nonostante l’agonismo, in qualche momento anche acceso, i rapporti con gli avversari in campo sono sempre stati improntati alla massima correttezza e lealtà sportiva. Sarà forse anche per questo che siamo già stati invitati al prossimo torneo che si terrà a settembre a Milano.
Siamo dunque ai quarti di finale, iniziano i primi ammutinamenti fra il pubblico che pensava di potersi godere la spiaggia romagnola nei momenti di pausa invece è costretta dalla pioggia a fare vita ritirata. Inutile dire che qualcuno giunge ad auspicarsi la sconfitta per poter ripartire subito per il lago dove il bel tempo la fa da padrone.
D’altra parte dover affrontare Latina ai quarti (finalista a Bologna) non lascia molto spazio all’ottimismo. Ma proprio per questa partita succede un fatto eccezionale, inaspettato, mitologico.
Rinasce dalle sue ceneri, ringiovanito e scattante, Lorenzo, che tornerà a giocare con noi nell’ultimo minuto della partita. In realtà non è proprio lui, si tratta di Riccardo, suo figlio maggiore, ma i piedi sono gli stessi, le stesse due “pinne giganti ” che ci ricordavamo da ragazzi!

Termino il post con le mie scuse pubbliche a Giorgio, che nella foto finale ho fatto mettere dopo di me. Chiedo perdono, sono proprio io il più piccolo (a parte, per ora, Riccardo e Niccolò)
Vorrei salutarvi con una citazione di Michael Jordan: “Avrò segnato 11 volte canestri vincenti sulla sirena e altre 17 volte a meno di 10 secondi dalla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. 36 volte i miei compagni di squadra mi hanno affidato il tiro decisivo e io l’ho sbagliato. Nella mia vita ho fallito molte volte, ed è per questo che alla fine ho vinto tutto”. E’ tutta qui la magia del basket, che si rivive ogni volta che si entra in campo, anche quando gli ‘anta sono suonati da un pezzo.


