18 Ottobre 2008...7 23 am

Cleptocrazia

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Navigando in rete ho imparato un nuovo termine, cleptocrazia, sembra una questione di questi anni, con molte attinenze con il nostro Paese, invece ha radici molto antiche.

Eccovi un gustoso episodio sul governo della cosa pubblica ai tempi di Luigi XV quando, sul finire del settecento, il potere assoluto e gli sprechi avevano portato sul lastrico lo stato francese.

Un giorno Luigi XV si recò a caccia, accompagnato dal suo abile ministro, il duca di Choiseul. Il re, che viaggiava su una splendida carrozza che gli era stata appena consegnata, domandò al ministro di indovinare il prezzo del magnifico mezzo che lo ospitava. Choiseul fece dei rapidi conti.

Il costo effettivo era di 3 o 4 mila libbre d’oro ma, sapendo che tutti i fornitori della Real Casa applicavano il prezzo reale (nel senso del re), raddoppiò la cifra e disse 8 mila libbre. “30 mila”, rispose Luigi XV senza batter ciglio.

Choiseul sobbalzò e disse che si trattava di una vera e propria indecenza. Era inconcepibile che dei furfanti – profittando della reale benevolenza – saccheggiassero in quel modo le risorse dell’erario; proseguire così, continuò, avrebbe condotto alla bancarotta e alla dissoluzione del regno. Con fare sornione Luigi XV domandò al suo ministro “Immaginate di avere pieni poteri, come fareste per farmi pagare la carrozza al prezzo che dite voi?”.

Choiseul ricostruì mentalmente i molteplici passaggi che avevano fatto giungere la carrozza fino al cospetto del re. Da esperto conoscitore delle cose pubbliche sapeva della corruzione dilagante. Non ignorava la sistematica alterazione dei costi dei reali approvvigionamenti. Più volte gli avevano riferito degli sfacciati favoritismi che – dietro ricompensa – la maggior parte degli appaltatori della Real Casa accordava ai fornitori. Né si poteva contare su quei pochi che resistevano alle lusinghe del denaro. Quando i più stolidamente onesti resistevano alla tentazione dell’argent, era pronto l’intervento di un personaggio altolocato che prometteva, in cambio dell’aggiudicazione dell’appalto agli amici, la sua benevola protezione. L’argomento era irresistibile. Tutti sapevano che una parola giusta al momento appropriato consentiva carriere prodigiose e incarichi al servizio della corona lautamente remunerati. Choiseul ne era certo e poteva sostenerlo a ragion veduta: il suo ruolo prestigioso lo aveva ottenuto grazie al sostegno di Madame de Pompadour, favorita del re.

Insomma, un’intricata ragnatela di complicità alimentate dai ricatti, un diabolico intreccio perverso che però teneva assieme il regno. Eliminarli, così ragionò Choiseul, avrebbe irrimediabilmente compromesso il precario equilibrio sul quale tutto si reggeva. Un cambiamento radicale non avrebbe evitato la catastrofe del regno, avrebbe solo anticipato la sua distruzione. Né avrebbe avuto senso che proponesse lui di cambiare le regole di un’amministrazione sconsiderata, la stessa che gli aveva permesso di ottenere prebende e privilegi, onori e carica. Da uomo avveduto e di notevole intelligenza, comprese che porre rimedio a quei guasti non era possibile e rispose al re che la decisione più saggia consisteva nel lasciare le cose come stavano. Quando Madame du Barry divenne la favorita di Luigi XV prendendo il posto della defunta Pompadour, il re si sbarazzò di Choiseul. Lo esiliò nelle sue terre dove morì in tarda età coperto di debiti, quattro anni prima della Rivoluzione Francese.

Come ricorda Horace Walpole nelle sue memorie

Dissipo’ le ricchezze proprie e quelle della nazione. Ma non salvo’ le prime saccheggiando le seconde.

Questo giudizio critico non deve oscurare l’ammirevole coerenza di Choiseul. Onestamente riconobbe che l’eliminazione di una dilagante cleptocrazia, anche se a onor del vero egli non usò mai questo termine, è un’impresa benemerita ma sgradevole. Soprattutto per coloro che reggono le sorti del regno.

L’intervento è stato tratto dal sito noisefromamerika.org al quale vanno riconosciuti tutti i diritti

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2 Commenti

  • Questo blog è una parte di quell’intreccio di relazioni che, per la loro estensione, è forse una delle caratteristiche distintive di quello che si chiama “il nostro tempo”. Solo che ognuno di noi le usa in modo diverso: chi in forma cooperativa, condividendo risorse ed idee. Chi in forma utilitaristica.
    Quello che segue è un ritratto realizzato da Carlo Carboni sul ilsole24ore.com del 14 ottobre

    “Manager e politici sono tra le professioni che, negli ultimi 15 anni, sono cresciute a livello percentuale più di altre: stiamo parlando di oltre 500mila soggetti in Italia, se consideriamo che i politici sono da 300 a 400mila, i manager privati intorno ai 150mila, ai quali vanno aggiunti dirigenti e manager nel settore pubblico (all’incirca 20mila). Sono le professioni emergenti, con compensi “di punta” fantastici, che hanno acceso l’immaginario di chi pensa al proprio futuro professionale; anche nei consumi hanno contribuito a portare nuove tendenze, privilegiando quelli più esclusivi. Manager e politici, con le loro élite, hanno insomma costituito un segmento importante delle nostre classi dirigenti del recente passato e perciò del presente.
    Vale la pena riflettere su che cosa accomuni queste professioni, oltre il trend emergente, che ha prodotto delle élite composte da veri e propri “uomini d’oro”. Un primo fattore comune è che le élite di queste professioni – Ceo e ceti politici ristretti – fanno parte di quella classe dirigente a cui è esplicitamente richiesto di esserlo. È richiesto al manager di pilotare e gestire una società, al politico mediante un mandato elettorale. In secondo luogo, il vero comune denominatore che accomuna manager e politici e i loro leader sono le relazioni e, più precisamente, la qualità delle relazioni e delle conoscenze nei labirinti istituzionali dell’autorità e del potere, nei salotti che contano, eccetera. Per cui spesso queste professioni acquistano l’ultrapotere dell’ubiquità nei ruoli, in virtù della forza delle relazioni, segnalata, ad esempio, dalla consistenza dei manager tra i parlamentari (porte girevoli) e viceversa (pantouflage).
    Non è stato solo il credito educativo la loro carta vincente, ma piuttosto le relazioni guadagnate “sul campo”. In termini sociologici, questa capacità relazionale è il capitale sociale individuale. Sono quindi due professioni di rete, destinate – con le loro élite – a governare il decision making di network strategici (economici, politici, informativi)2

  • Cara Ro, come sai a me piace incrociare le idee e non incrociarmi nei salotti!
    Perchè, al fin della licenza “io non perdono e tocco!”
    :-)


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